PIOMBINO. C’è un uomo che non è più tornato a casa, c’è una famiglia che aspetta di sapere perché e c’è anche una città che, quasi un anno fa, si è ritrovata a camminare in silenzio, con le fiaccole accese, per ricordare un operaio morto mentre faceva il suo lavoro.
Quell’uomo si chiamava Salvatore Parlato. Aveva 64 anni e lavorava nello stabilimento Bertocci, nella zona industriale di Montegemoli, a Piombino. Il 29 ottobre 2025 rimase gravemente ferito durante un intervento su uno pneumatico di un mezzo pesante. Morì nove giorni dopo, il 7 novembre, all’ospedale Le Scotte di Siena.
Adesso, a quasi un anno di distanza, la sua morte arriva davanti a un giudice. Giovedì 22 ottobre è fissata l’udienza preliminare nei confronti del datore di lavoro, chiamato a rispondere, dell’accusa di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
La Cgil di Livorno si costituirà parte civile.

Non soltanto per chiedere che venga fatta piena luce su quanto accaduto a Salvatore Parlato, ma per ribadire che la sicurezza di chi lavora non può essere considerata una questione secondaria. E che dietro ogni incidente, dietro ogni statistica, dietro ogni numero che finisce nei rapporti annuali, c’è una persona.
Una persona che quella mattina era uscita di casa per andare a lavorare. E che a casa non è più tornata.
Quella mattina alla Bertocci e i nove giorni di agonia
Era il 29 ottobre 2025 quando, all’interno dello stabilimento Bertocci di Piombino, si verificò il gravissimo incidente.
Salvatore Parlato, meccanico esperto, originario di Napoli e residente a Venturina Terme, stava lavorando su un mezzo pesante.
Secondo le prime ricostruzioni, durante un’operazione di gonfiaggio si verificò lo scoppio di uno pneumatico. Una deflagrazione violentissima, che investì il lavoratore provocandogli lesioni gravissime.
I soccorsi arrivarono e le condizioni dell’operaio apparvero subito disperate. Fu necessario il trasferimento con l’elicottero Pegaso all’ospedale Le Scotte di Siena, dove i medici tentarono di salvarlo.
Per nove giorni Salvatore rimase ricoverato. Nove giorni di attesa, di speranza, di angoscia per la sua famiglia.
Poi, il 7 novembre, la morte.
Su quanto accaduto nello stabilimento venne aperta un’inchiesta della Procura di Livorno, affidata al sostituto procuratore Massimo Mannucci, con l’obiettivo di ricostruire la dinamica dell’incidente e verificare il rispetto delle disposizioni previste per la sicurezza sul lavoro.
Una morte rimasta sconosciuta per giorni
C’è un altro aspetto che rese particolarmente dolorosa questa vicenda per la comunità piombinese. La notizia dell’incidente, e poi quella della morte di Salvatore Parlato, non divennero immediatamente di dominio pubblico.
Passarono giorni prima che la tragedia emergesse e diventasse oggetto di attenzione pubblica.
Un silenzio che suscitò interrogativi e polemiche, soprattutto da parte delle organizzazioni sindacali, che chiesero chiarezza sulle circostanze dell’incidente e sulle informazioni relative all’accaduto.
Non era soltanto una questione di comunicazione ma per il mondo del lavoro, quella vicenda riportava al centro una domanda che accompagna ogni infortunio mortale: era possibile evitare quella morte?
È una domanda alla quale non si può rispondere con supposizioni o giudizi anticipati. Servono accertamenti, documenti, verifiche tecniche e il confronto tra le parti.
Ed è proprio questo il compito della magistratura.
Quattrocento persone in strada per Salvatore
Il 17 novembre 2025 Piombino rispose alla tragedia con una fiaccolata.
Circa quattrocento persone parteciparono alla manifestazione organizzata da Cgil, Cisl e Uil. Lavoratori, rappresentanti sindacali e cittadini si ritrovarono per ricordare Salvatore Parlato e chiedere verità e giustizia.
Nei giorni precedenti, Fim, Fiom e Uilm avevano proclamato anche un’ora di sciopero nelle aziende metalmeccaniche della provincia di Livorno.
La morte dell’operaio della Bertocci era diventata qualcosa che andava oltre il dolore privato di una famiglia: era diventata una ferita per una città che ha costruito gran parte della propria identità attorno al lavoro industriale, alle fabbriche, agli operai.
Una città che conosce il valore del lavoro, ma anche i suoi rischi.
E che adesso torna a interrogarsi su quella tragedia mentre la vicenda entra in una fase decisiva sul piano giudiziario.
Il datore di lavoro davanti al giudice, la Cgil si costituisce parte civile
L’udienza preliminare del 22 ottobre rappresenta il primo passaggio giudiziario di questa fase del procedimento.
Secondo quanto reso noto dalla Cgil di Livorno, il datore di lavoro è chiamato a rispondere di omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme sulla salute e sicurezza sul lavoro.
Si tratta di un’accusa che dovrà essere valutata dalla magistratura, nel rispetto della presunzione di innocenza.
Il sindacato ha annunciato la decisione di costituirsi parte civile, chiedendo che vengano accertate fino in fondo le circostanze che portarono alla morte di Salvatore Parlato.
«La Cgil si costituirà parte civile per ribadire la richiesta di accertare in ogni suo aspetto la verità degli accadimenti, e mostrare vicinanza alla famiglia del lavoratore colpito e agli altri lavoratori vittime di infortuni», spiega la Cgil livornese.
La posizione del sindacato è netta, ma tiene a distinguere la richiesta di giustizia da qualsiasi anticipazione di responsabilità.
«La nostra partecipazione al processo non nasce dalla volontà di trovare colpevoli a prescindere, né di contestare la magistratura, ma dalla convinzione che ogni morte sul lavoro meriti un accertamento rigoroso e completo».
È questo il significato della scelta di entrare nel procedimento: partecipare all’accertamento giudiziario e rappresentare anche l’interesse collettivo alla tutela della sicurezza dei lavoratori.
Sei morti sul lavoro in provincia di Livorno: il dato più grave della Toscana
Ma il caso Parlato si inserisce in un quadro che il sindacato definisce una vera emergenza.
I numeri diffusi dalla Cgil, sulla base delle elaborazioni dell’Osservatorio Vega Engineering sui dati Inail, raccontano una situazione particolarmente preoccupante.
Nei primi otto mesi del 2026, in Italia, sono morte 701 persone per incidenti sul lavoro, il 2,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Di queste, 504 hanno perso la vita in occasione di lavoro, mentre 197 sono morte in incidenti avvenuti nel tragitto tra casa e lavoro.
In Toscana le vittime in occasione di lavoro sono state 37.
Ma è soprattutto il dato della provincia di Livorno a richiamare l’attenzione.
Sei morti sul lavoro e un’incidenza di 42,1 vittime ogni milione di occupati.
Un valore che, secondo la rilevazione citata dalla Cgil, colloca Livorno al primo posto in Toscana e all’ottavo posto in Italia per incidenza dei decessi in occasione di lavoro.
Un rischio più che doppio rispetto alla media nazionale.
Numeri che vanno letti correttamente: l’incidenza rapporta i decessi al numero degli occupati e consente di confrontare territori di dimensioni differenti. Non indica la probabilità individuale di morire sul lavoro, ma restituisce la gravità del fenomeno in relazione alla popolazione lavorativa.
Ed è proprio questa proporzione a rendere particolarmente allarmante la situazione livornese.
Costruzioni, logistica, manifattura: i settori più esposti
Il problema non riguarda una singola azienda, né un solo comparto produttivo.
Costruzioni, trasporti, logistica e manifattura sono tra i settori maggiormente colpiti dagli incidenti mortali.
Ambiti differenti, ma accomunati dalla presenza di attività nelle quali l’organizzazione del lavoro, l’utilizzo dei macchinari, la manutenzione, la formazione e il rispetto delle procedure di sicurezza possono fare la differenza.
La Cgil chiede di intervenire su tutti questi fronti.
Servono investimenti nella prevenzione, formazione adeguata, manutenzione delle attrezzature, controlli efficaci e una chiara individuazione delle responsabilità anche lungo le filiere degli appalti.
Perché la sicurezza non si esaurisce nell’adempimento formale di un obbligo.
Deve tradursi in condizioni concrete nelle quali una persona possa svolgere la propria attività senza mettere a rischio la vita.
«Non possiamo limitarci al cordoglio dopo ogni tragedia»
È forse questo il passaggio più significativo della presa di posizione della Cgil.
«Come Cgil non possiamo limitarci al cordoglio dopo ogni tragedia – spiega il segretario Gianfranco Francese – Rinnoviamo la nostra vicinanza e solidarietà alla famiglia ma dobbiamo continuare a batterci affinché incidenti come questo non accadano più. Il principio fondamentale che dobbiamo tenere ben saldo è che il lavoro non è una merce e la vita dei lavoratori va tutelata fino in fondo».
Una frase che sposta il ragionamento dal singolo incidente alla responsabilità collettiva. Ogni volta che un lavoratore muore, arrivano le dichiarazioni di dolore, i messaggi di vicinanza alla famiglia, gli appelli affinché episodi simili non si ripetano.
Poi, spesso, l’attenzione si sposta altrove. Il sindacato chiede invece che la prevenzione diventi un impegno costante, che non debba essere riscoperto soltanto dopo una morte.
«Dietro ogni numero c’è una persona e una vita spezzata. La sicurezza è un diritto inviolabile – aggiunge Francese – non un costo o una concessione. Su questo la Cgil non intende arretrare».
La verità che Salvatore e la sua famiglia aspettano
Giovedì 22 ottobre, davanti al giudice, verrà ricostruita la mattina di lavoro finita in tragedia. Ci saranno le verifiche sulle procedure e sulle condizioni nelle quali Salvatore Parlato stava operando e le valutazioni della magistratura sulle contestazioni formulate.
E ci sarà soprattutto la famiglia di Salvatore, chiamata ancora una volta d affrontare un lutto che non può essere elaborato senza che il dolore si rinnovi passo dopo passo.
L’udienza preliminare servirà a stabilire se vi siano i presupposti per il rinvio a giudizio. Un passaggio importante per tentare di rispondere alla domanda che Piombino si pose quando quattrocento persone scesero in strada con le fiaccole accese.
Che cosa è accaduto davvero quella mattina alla Bertocci? E quella morte poteva essere evitata?
Sono le risposte che adesso si cercano nelle aule di giustizia.
