PIOMBINO. “La scuola non si arruola né il 4 novembre né mai” è questo il messaggio chiaro e deciso dei docenti della Rete scuole di Piombino che lo scorso martedì hanno ribadito nuovamente scendendo in piazza accompagnati dagli studenti dei comprensori del territorio.
Sono state oltre cento le persone che hanno risposto al loro appello, per continuare a opporsi alle guerre, agli investimenti bellici e ai tentativi di disciplinare e censurare il mondo della formazione, dal ddl Gasparri 1627 al sabotaggio di corsi di formazione non allineati al militarismo imperante.
La mobilitazione continua…
Piombino non ha dimenticato da quale parte stare. Nonostante il calo mediatico, c’è chi non dimentica e continua a manifestare nel nome della giustizia e della pace
«Se il sapere comporta anche qualche dovere – dicono in una nota i docenti di Rete scuole – , tra questi vi è anche il continuare a mobilitarsi quando i riflettori si spengono e l’attenzione mediatica cala. Crediamo anzi che sia indispensabile farlo proprio in questi momenti. Nel nostro piccolo è quello che abbiamo fatto il 4 novembre, manifestando il chiaro rifiuto di condonare il genocidio israeliano in nome di un cessate il fuoco apparente e di un piano Trump che altro non è che il vecchio progetto della riviera di Gaza sotto altro nome».

Non solo la Palestina
Il 4 novembre è stato caratterizzato, forse più che nella giornata del 30 ottobre, da letture e interventi da parte degli studenti e degli insegnanti, per canalizzare un messaggio che va oltre ciò che sta accadendo in Palestina.
«Oltre alla Palestina, abbiamo sentito e sentiamo forte l’esigenza di immaginare e costruire un futuro per l’Europa e l’Italia che non passi da corse al riarmo, spese militari fuori controllo e prospettive di ritorno alla leva militare obbligatoria. Con diverse letture e interventi, insegnanti, studenti e personale ATA hanno evidenziato come a pagare il costo delle guerre decise da governi e grandi potentati economici sono sempre state le classi popolari, mandate a uccidere e a morire, costrette a impoverirsi e a fare sacrifici in nome di logiche e interessi da cui non possono sperare di ricavare alcun frutto reale».
Ricordando anche il nostro passato, che non deve essere dimenticato, si è voluto ribadire la contemporaneità di determinate dinamiche:
«Così è stato per l’immane massacro, per il bagno di sangue della Prima Guerra Mondiale. Noi non lo dimentichiamo, non lo consideriamo normale, non lo consideriamo un prezzo accettabile “per la Patria e la Vittoria”. Né quel prezzo ci sembra normale e accettabile oggi, per quel pezzetto di nuova guerra mondiale che si sta consumando tragicamente da più di tre anni tra Ucraina e Russia».
La solidarietà è ciò che deve emergere in situazioni difficili come quelle che mettono a rischio la salute anche dei bambini: «Ci impegneremo ancora per costruire faticosamente ponti tra i popoli e le nazioni, nella certezza che ogni euro destinato alle armi vuol dire risorse sottratte alla scuola, alla sanità, ai trasporti, alle case popolari, a salari dignitosi, alla difesa dei territori dagli effetti del cambiamento climatico. In breve, a tutto ciò di cui le persone hanno bisogno per vivere in pace, insieme, gli uni accanto agli altri».
Partigiani della pace e della giustizia sociale

«Per essere partigiani della pace e della giustizia sociale, dobbiamo cominciare allora col disertare le guerre in cui vorrebbero forzatamente intrappolarci. Le giovani generazioni hanno diritto a qualcosa di meglio e di assai diverso. Per loro e per noi stessi ancora ci mobiliteremo, controvento finché sarà necessario. Finché non saremo noi il vento che spazzerà via i signori della guerra e i mercanti di armi che oggi pretendono di dettare il presente e il futuro a tutti e tutte noi».
«Il 28 novembre sarà di nuovo sciopero generale, contro una finanziaria che premia davvero solo gli azionisti delle imprese di armamenti. In questa come in tutte le altre date utili che seguiranno – concludono -, continueremo a impegnarci perché le nostre scuole si mantengano renitenti alle sirene della guerra».
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