PIOMBINO. Antonella Bundu, già candidata alla presidenza della Regione Toscana e oggi attiva nel Coordinamento di Toscana Rossa, interviene sulla situazione del Metropolitan di Piombino, lo storico cinema-teatro chiuso per presunti problemi strutturali.
La sua analisi parte proprio da quel provvedimento, definito un segnale evidente del degrado economico, culturale e sociale che colpisce la città. Secondo Bundu, mancano tempi certi sugli interventi e non è stata individuata alcuna soluzione ponte: elementi che alimentano la preoccupazione della cooperativa operaia che lo gestisce e che teme di non riaprire più.
«Arrivando via terra e ripartendo via mare – scrive – vedi chiaramente una città laboratorio, dove il territorio diventa merce».
«Piombino, città laboratorio: tra parchi energetici e speculazioni»
Per Bundu, ciò che viene chiamato “transizione energetica” nel caso di Piombino assume i contorni di una colonizzazione. Ed elenca una serie di criticità: mega impianti eolici e fotovoltaici, proprietari di terreni spinti alla vendita con offerte molto alte, consumo di suolo agricolo e assenza di tutele paesaggistiche e di partecipazione delle comunità.
A tutto questo si aggiungono scelte calate dall’alto come il rigassificatore autorizzato in deroga alle normative ambientali e di sicurezza: «È stato imposto – scrive Bundu – ignorando l’opposizione della popolazione».
Una città che si porta addosso le cicatrici della sua storia operaia
«Piombino – ricorda Bundu – è una città segnata da una lunga storia industriale e operaia, fatta di fabbriche, conflitti, diritti strappati con la lotta».
Nel suo intervento emergono le testimonianze di cassintegrati e lavoratori: lo “spolverino”, la perdita di competenze professionali, l’indebolimento della solidarietà operaia, la diffusione di lavoretti informali per sopravvivere.
Tutto questo, sostiene, è il risultato di scelte politiche che hanno tagliato investimenti e manutenzioni, lasciato invecchiare gli impianti e scaricato l’inquinamento sui lavoratori e sui cittadini.
«I cavalieri bianchi non hanno salvato nulla»
Bundu critica anche le promesse di rilancio industriale affidate a finanziatori privati:
«La lotta è stata sfiancata da chi ha creduto nei cosiddetti cavalieri bianchi: che fossero le multinazionali guidate da Carrai o padroni stranieri come Rebrab, non è cambiato nulla. Il lavoro scompare, i salari si abbassano e il pubblico paga varianti urbanistiche e incentivi per garantire profitti ai privati».
Il risultato? «Le perdite sono collettive».
Perché la chiusura del Metropolitan pesa più di tutto il resto
In questo contesto, la chiusura del Metropolitan assume un valore simbolico enorme.
Quel cinema, ricorda Bundu, nacque negli anni ’80 da un atto collettivo: gli operai acquistarono i macchinari per evitarne la trasformazione in supermercato. Per decenni ha rappresentato uno degli ultimi presìdi culturali e sociali della città, un luogo di incontro per scuole, associazioni, famiglie.
«Oggi – aggiunge – la cooperativa Nuovo Metropolitan chiude, cinque lavoratori restano senza impiego e Piombino perde un altro pezzo della sua anima collettiva».
Un impoverimento non solo culturale, ma civico: «È l’ennesima sottrazione a una città che un tempo era simbolo di resistenza operaia e che oggi vede dissolversi i suoi spazi comuni, la sua memoria e la sua capacità di immaginare futuro».
L’appello finale: «Riaprire il Metropolitan per restituire futuro a Piombino»
Per Bundu, la riapertura del cinema-teatro non è solo una questione occupazionale o culturale: è un gesto politico, un segnale di riconquista del territorio e di rigenerazione sociale.
«Restituire vita al Metropolitan – conclude – significa restituire futuro a Piombino».