Granuli bianchi sulle spiagge, la scoperta di Arpat | MaremmaOggi Skip to content

Il mistero dei granuli bianchi sulle spiagge è risolto. Ma c’è una sorpresa che riguarda Grosseto

Le analisi svelano cosa sono le misteriose palline. L’ipotesi del viaggio dall’Arno e la sorprendente scoperta fatta a Grosseto cinque anni fa
Le palline bianche in spiaggia in Val di Cornia
Le palline bianche in spiaggia in Val di Cornia

GROSSETO. Sembravano minuscole palline di plastica, migliaia di granuli bianchi disseminati sulla sabbia, portati dalle onde e ritrovati lungo decine di chilometri di costa. Avevano fatto scattare segnalazioni, preoccupazioni e campionamenti, alimentando un mistero che per settimane aveva accompagnato la fine dell’estate sulle spiagge della Toscana.

Adesso Arpat ha finalmente scoperto che cosa sono quei granuli bianchi, e la risposta è decisamente sorprendente: non si tratta di plastica, né di paraffina, ma dei resti di una piccolissima pianta acquatica, conosciuta comunemente come lenticchia d’acqua.

Una pianta che normalmente vive nelle acque dolci, galleggia sulla superficie di fiumi e canali ed è caratterizzata da un colore verde intenso. Ma che, una volta finita in mare, può trasformarsi fino a diventare quasi irriconoscibile.

E c’è un particolare che rende questa vicenda ancora più interessante: la stessa specie identificata nei granuli era già stata segnalata scientificamente a Grosseto, in un fosso lungo la via Senese, cinque anni fa. Una coincidenza botanica che non dimostra la provenienza del materiale, ma aggiunge un elemento nuovo a una storia nella quale non tutti gli interrogativi sono ancora stati sciolti.

La scoperta di Arpat: ecco cosa sono davvero i granuli bianchi

La risposta arriva dalle indagini condotte da Arpat con il contributo dei botanici dell’Università di Siena, chiamati a esaminare il materiale raccolto sulle spiagge. Le osservazioni al microscopio hanno permesso di riconoscere nei campioni soprattutto resti di Lemna gibba, una specie appartenente al gruppo delle lenticchie d’acqua.

Si tratta di una minuscola pianta galleggiante che cresce sulla superficie di acque dolci ferme o a lento scorrimento, dove può formare estesi tappeti verdi. In condizioni favorevoli, queste piante possono moltiplicarsi rapidamente e ricoprire porzioni anche considerevoli della superficie dell’acqua.

Ma come hanno fatto a trasformarsi in quelle piccole formazioni biancastre che hanno invaso le spiagge?

La spiegazione sta proprio nel loro arrivo in mare.

L’acqua salata rappresenta un ambiente sfavorevole per queste piante d’acqua dolce. Lo stress provocato dalla salinità ne determina il deperimento e la perdita progressiva della colorazione verde, fino a far assumere ai resti un aspetto chiaro, molto diverso da quello originario.

Ecco perché chi si è trovato davanti quei granuli difficilmente avrebbe potuto immaginare che si trattasse di materiale vegetale.

Il viaggio misterioso: dall’Arno fino alle spiagge della Maremma

La scoperta della natura botanica dei granuli apre inevitabilmente un’altra domanda: come sono arrivate tutte quelle lenticchie d’acqua sulle spiagge della costa toscana? Secondo l’ipotesi formulata da Arpat, un ruolo importante potrebbe averlo avuto il fiume Arno.

Nel corso delle ultime settimane sono stati osservati importanti accumuli di piante acquatiche lungo il fiume, anche nei tratti urbani di Firenze e Pisa.

Il materiale vegetale potrebbe essere stato trascinato verso la foce e, una volta raggiunto il mare, trasportato dalle correnti lungo la costa, fino a raggiungere spiagge anche molto distanti.

Un percorso che potrebbe spiegare gli spiaggiamenti segnalati a Rimigliano, San Vincenzo, Baratti e Follonica, oltre che in altre località dell’arcipelago toscano.

Ma è importante distinguere quello che è stato accertato da ciò che rimane un’ipotesi.

L’identificazione botanica dei granuli è il risultato delle analisi. La loro provenienza precisa dall’Arno, invece, non risulta ancora dimostrata attraverso una ricostruzione delle correnti marine. Per stabilire con maggiore certezza il percorso del materiale servirebbero infatti dati sulle condizioni del mare, sui venti e sulle correnti nei giorni precedenti agli spiaggiamenti.

La sorpresa: quella pianta era già stata trovata a Grosseto

C’è poi un particolare che emerge andando a cercare nella letteratura scientifica e che riguarda direttamente la Maremma. Il 27 settembre 2021 la Lemna gibba era stata individuata anche a Grosseto, in un fosso di scolo lungo la via Senese, all’ingresso della città.

La segnalazione compare in una pubblicazione scientifica degli Atti della Società Toscana di Scienze Naturali, disponibile nell’archivio dell’Università di Siena.

Gli autori della segnalazione, G. Simone e M. Campo, avevano documentato la presenza della specie indicando anche le coordinate esatte del ritrovamento: 42.792863 di latitudine nord e 11.132202 di longitudine est. All’epoca si trattava di una nuova segnalazione per la provincia di Grosseto.

Naturalmente questo non significa che i granuli trovati sulle spiagge maremmane provengano da quel fosso o dai corsi d’acqua della provincia.

Dimostra però che la specie non è estranea al territorio grossetano e che, per ricostruire l’origine degli spiaggiamenti, potrebbe essere utile considerare anche la distribuzione delle lenticchie d’acqua nei corsi d’acqua locali.

La pubblicazione scientifica è consultabile nell’archivio dell’Università di Siena.

Prima l’alginato di sodio, adesso la pianta acquatica: cosa è cambiato

La vicenda dei granuli bianchi era cominciata a settembre, quando le prime segnalazioni avevano fatto temere un nuovo episodio di inquinamento da materiale plastico. Dopo i campionamenti, il 22 settembre Arpat aveva comunicato un primo risultato: il materiale analizzato risultava prevalentemente costituito da alginato di sodio, un polisaccaride utilizzato anche in numerose applicazioni industriali e alimentari.

Un risultato che aveva permesso di escludere l’ipotesi iniziale della plastica, senza però risolvere completamente il mistero della provenienza. Adesso arriva l’identificazione botanica, grazie alle osservazioni condotte con il contributo dell’Università di Siena.

Rimane tuttavia un passaggio scientifico da chiarire. L’alginato è un composto generalmente associato alle alghe brune, mentre la Lemna gibba è una pianta acquatica d’acqua dolce, non un’alga.

Sarebbe quindi interessante conoscere nel dettaglio le tecniche utilizzate nelle prime analisi e capire come i risultati chimici di settembre siano stati interpretati alla luce della successiva identificazione botanica. Non necessariamente si tratta di risultati incompatibili, ma di due passaggi dell’indagine che meriterebbero una spiegazione più approfondita.

Il mistero è quasi risolto, ma restano alcune domande

La scoperta di Arpat permette finalmente di dare un nome a quei granuli che hanno incuriosito e preoccupato bagnanti, residenti e frequentatori delle spiagge. Sappiamo che si tratta di materiale vegetale e che nei campioni sono stati riconosciuti resti di lenticchie d’acqua.

Restano però da approfondire la provenienza esatta, le condizioni che hanno favorito un accumulo così esteso e il percorso seguito dalle piante prima di arrivare sulla sabbia.

C’è anche un’altra questione: l’origine naturale del materiale è certamente un elemento rassicurante rispetto all’ipotesi di un’invasione di microplastiche, ma non sostituisce eventuali analisi specifiche sulla presenza di contaminanti assorbiti durante la permanenza nelle acque interne.

Nel comunicato diffuso da Arpat non vengono presentati risultati di questo tipo. Intanto, una certezza c’è: quelle minuscole palline bianche che sembravano un rifiuto artificiale nascondevano in realtà una storia botanica, fatta di piante d’acqua dolce, trasformazioni provocate dal mare e possibili lunghi viaggi sospinti dalle correnti.

Una storia che, in qualche modo, passa anche da Grosseto, dove quella stessa pianta era stata osservata e documentata già cinque anni fa. E che dimostra come, a volte, per risolvere un mistero comparso sulla spiaggia sia necessario andare a cercare molto lontano dal mare.

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