Caso canile: oltre i metri quadri: cosa cambia davvero per i nostri animali | MaremmaOggi Skip to content

Caso canile: oltre i metri quadri: cosa cambia davvero per i nostri animali

Intervista esclusiva a Maria Cristina Biagini, presidente dell’associazione “La Casa di Margot”: dalle gabbie ai bisogni etologici, il giro d’affari dei canili privati e la sfida dei controlli
Il sopralluogo dell'Amministrazione al canile comunale
Il sopralluogo dell’Amministrazione al canile comunale

PIOMBINO. Il 14 febbraio 2025 il governo italiano ha emanato un decreto ministeriale destinato a segnare una svolta epocale, o l’ennesima occasione mancata, nel panorama della tutela del benessere animale nel nostro Paese.

Entrato ufficialmente in vigore a gennaio 2026, il provvedimento introduce princìpi finora ignorati dalla rigida burocrazia delle strutture di ricovero e degli allevamenti. Per capire la portata reale della norma, i suoi punti critici e le ricadute sul territorio, abbiamo incontrato Maria Cristina Biagini, presidente dell’associazione “La Casa di Margot”.

L’intervista

Presidente Biagini, partiamo dall’inizio. Di cosa parliamo esattamente quando ci riferiamo a questo nuovo decreto sul benessere animale entrato in vigore a gennaio?

«Si tratta di una norma nazionale che si applica a ogni tipo di struttura che detenga animali: dai canili agli allevamenti. Certo, è un testo per certi versi generico, ma contiene importanti princìpi che le Asl non possono ignorare, così come non possono ignorarli gli organi di controllo di ogni forza dell’ordine. Il punto fondamentale è il benessere animale, inteso non solo come rispetto dello stato di salute fisica dell’individuo, ma anche e soprattutto delle sue esigenze etologiche, rinviando direttamente alla letteratura scientifica sull’argomento, che di certo non è carente».

Prendiamo ad esempio una realtà a noi vicina come la Toscana. Qual è il divario tra la normativa regionale precedente e questo nuovo quadro nazionale?

«In Toscana, la normativa regionale è un po’ “vecchiotta”. Prevede spazi minimi per ogni cane, la presenza di un direttore sanitario, infermeria, ricovero cuccioli, aree di sgambamento e poco altro. Un canile veniva accreditato semplicemente sulla base del possesso di questi requisiti strutturali e stop. Se poi il cane non veniva socializzato, se gli operatori non erano sufficienti o adeguatamente formati, non importava granché. Nella migliore delle ipotesi, questi erano considerati requisiti accessori, ma la loro assenza non pregiudicava l’accreditamento. Con la normativa nazionale, invece, si dovrebbe pretendere ben altro: che i cani siano seguiti come individui, che vengano socializzati quotidianamente, che abbiano una socializzazione specifica e interspecie».

Tempo, spazio e competenze

Questo significa che il modello gestionale dei canili deve essere profondamente ripensato?

«Esattamente. Per fare ciò occorrono tempo, spazio, personale e competenze. Requisiti che si ritrovano in genere nei canili gestiti direttamente dal pubblico, ma che spesso mancano nei canili privati, i quali però operano regolarmente in convenzione con i Comuni e vengono lautamente finanziati con i soldi di tutti noi cittadini».

Alla luce di questa nuova legge, cosa accadrà concretamente sul territorio?

«Come sempre in Italia, tutto dipenderà dai controlli. Io credo che un canile privato con centinaia di cani e pochissimi dipendenti, e purtroppo la realtà è spesso questa, non possa in alcun modo rispondere ai requisiti della nuova normativa. Anche in Toscana il giro di soldi intorno ai canili è di milioni di euro, principalmente provenienti dai bilanci dei Comuni. L’imprenditore di turno potrebbe decidere di adeguarsi: assumere personale qualificato, investire nella formazione e nell’aggiornamento. Oppure i Comuni dovrebbero avere il coraggio di smetterla di convenzionarsi con strutture inadeguate e utilizzare magari i canili pubblici».

È una posizione di chiusura totale nei confronti dei privati o c’è spazio per un partenariato virtuoso?

«Personalmente non sono contraria al privato. Per me va benissimo, a un’unica condizione: che i cani stiano bene. E badate bene, “stare bene” non significa semplicemente essere sfamati e puliti. “Bene” come intende il decreto, cioè rispettando rigorosamente le caratteristiche etologiche dell’individuo. Un cane ha bisogno di muoversi, di annusare, di correre, di scavare nella terra, di rapportarsi con gli altri cani e con le persone. Se tutto questo gli viene negato, il cane non sta bene, anche se vive in un box di otto metri quadrati con la ciotola sempre piena».

In conclusione, presidente?

«Questo decreto, che purtroppo a oggi è conosciuto da pochissimi, è uno strumento di straordinaria importanza. Lo è per i cani, ma non dimentichiamolo, vale anche per i polli, per i maiali, per tutti gli animali. Avrebbe potuto essere certamente più chiaro ed incisivo, ma è comunque un punto di riferimento fondamentale. Ora la vera palla passa a noi: sta a noi farlo valere».

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