Dalle mafie alla comunità: ville, terreni e capannoni diventano una speranza per i giovani | MaremmaOggi Skip to content

Dalle mafie alla comunità: ville, terreni e capannoni diventano una speranza per i giovani

Dalla Maremma alla Val di Cornia, ville, terreni e capannoni sottratti alle mafie diventano luoghi di solidarietà, formazione e lavoro. Tra progetti già avviati e nuove sfide, il riscatto del territorio passa dalle opportunità per i giovani
L'inaugurazione del Capannone Enzo Chioini, nel riquadro Eugenio Giani, Sandra Scarpellini e Don Ciotti
L’inaugurazione del Capannone Enzo Chioini, nel riquadro Eugenio Giani, Sandra Scarpellini e Don Ciotti

MAREMMA – VAL DI CORNIA.  Ci sono terreni che per anni sono rimasti inutilizzati, ville sottratte alla criminalità organizzata e capannoni che possono tornare a vivere. Luoghi con storie diverse, accomunati da un destino che può cambiare radicalmente: da simboli del potere economico delle mafie a strumenti di riscatto per intere comunità.

È una trasformazione che riguarda da vicino anche la Toscana, in particolare la Maremma e la Val di Cornia. E che apre una riflessione ben più ampia della semplice restituzione di un immobile allo Stato: restituire un bene ai cittadini può diventare un’occasione per creare lavoro, aiutare le persone in difficoltà e offrire nuove prospettive ai giovani.

Attraverso progetti di agricoltura sociale, cooperative, laboratori professionali, servizi di solidarietà e iniziative educative è possibile costruire un’economia fondata sulla legalità, sulla dignità del lavoro e sulla responsabilità collettiva.

Ma c’è anche un’altra faccia della questione. Confiscare un bene non significa automaticamente restituirlo alla società. Tra il provvedimento giudiziario e la sua effettiva riapertura possono trascorrere anni. Servono investimenti, progetti credibili, soggetti capaci di gestire le attività e risorse per mantenerle nel tempo.

È proprio su questo terreno che si gioca una partita importante anche per il futuro dei territori della Toscana meridionale.

In Toscana 702 beni sottratti alla criminalità

I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Secondo l’Osservatorio regionale sui beni confiscati alla criminalità organizzata, aggiornato al 31 agosto 2026, in Toscana risultano censiti complessivamente 702 beni, tra immobili e aziende. Di questi, 281 sono immobili destinati e 27 aziende destinate, mentre 309 immobili e 85 aziende risultano ancora in gestione.

In totale, dunque, 308 beni risultano destinati e 394 ancora in gestione. La quota dei beni destinati si ferma a circa il 44 per cento.

È necessario precisare che la categoria dei beni in gestione comprende anche proprietà per le quali la confisca non è ancora definitiva. Inoltre, un bene formalmente destinato non è necessariamente già utilizzato. I numeri, quindi, non permettono di stabilire quanti immobili siano effettivamente aperti al pubblico o abbiano prodotto nuovi posti di lavoro.

A Donoratico il capannone confiscato diventa un centro di solidarietà e lavoro

Un esempio concreto arriva dalla Costa degli Etruschi, in via IV Novembre, a Donoratico, un fabbricato industriale confiscato alla criminalità organizzata è stato trasformato in un centro dedicato all’inclusione sociale, al lavoro e all’assistenza delle persone più fragili.

Il bene è stato confiscato nel 2019 ed è entrato nel patrimonio del Comune di Castagneto Carducci nel 2021. Da quel momento è cominciato il percorso per la sua riqualificazione, sostenuto anche attraverso risorse regionali.

Il 9 aprile 2026 è stato inaugurato il capannone Enzo Chioini, intitolato al fondatore del presidio di Libera di Castagneto Carducci e San Vincenzo.

Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, il presidente della Regione Eugenio Giani, la sindaca Sandra Scarpellini, il prefetto di Livorno Giancarlo Dionisi e don Luigi Ciotti, fondatore di Libera. La scelta di dedicare il complesso a Chioini lega la nuova destinazione dell’immobile alla memoria dell’impegno antimafia sviluppato sul territorio. Il progetto ha richiesto un investimento complessivo di 1.190.450 euro, distribuito tra il 2022 e il 2024.

Non si tratta soltanto di recuperare un edificio industriale: l’obiettivo è stato quello di costruire uno spazio nel quale possano convivere servizi sociali, formazione, attività inclusive e opportunità di inserimento lavorativo.

Dai laboratori alla web radio: il lavoro come strumento di inclusione

Una delle caratteristiche più interessanti del progetto di Donoratico riguarda le attività affidate alla cooperativa sociale Convoi. Il programma comprende diversi laboratori, tra cui Bella Storia, Riciclo Officina e Attacca Bottoni, oltre alla realizzazione di una web radio.

Sono iniziative pensate per coinvolgere persone che incontrano difficoltà nell’accesso al mondo del lavoro, attraverso attività manuali, creative, di recupero dei materiali e di comunicazione. Il loro valore non risiede soltanto nella produzione di oggetti o nella realizzazione di servizi.

L’obiettivo è offrire occasioni per sviluppare competenze, acquisire autonomia, imparare a lavorare in gruppo e sperimentare percorsi che possano favorire l’inserimento professionale. È un modo diverso di interpretare il concetto di lavoro etico. Non soltanto occupazione regolare e rispetto dei contratti, ma anche attenzione alle persone che rischiano di essere escluse dal mercato del lavoro. Il progetto prevede inoltre un insieme di servizi dedicati alle famiglie in difficoltà.

All’interno della struttura è stata realizzata una mensa con cucina, destinata alla preparazione e distribuzione di pasti per persone segnalate dai servizi sociali. Sono presenti anche una lavanderia, un’infermeria, un’aula didattica e due camere con bagno per esigenze di prima accoglienza.

La mensa, intitolata a Madre Teresa di Calcutta, coinvolge le Opere San Bernardo Abate e la Caritas diocesana, con il sostegno della Fondazione Fiorenzo Fratini. Le attività comprendono anche la distribuzione di abiti usati e un emporio alimentare.

La Misericordia è coinvolta nella realizzazione di uno sportello per la prevenzione dell’usura e del sovraindebitamento, mentre la Società della Salute Valli Etrusche partecipa con un Centro servizi – Stazione di posta.

È proprio lo sportello contro l’usura a rappresentare uno dei collegamenti più diretti tra il recupero del bene confiscato e la prevenzione delle infiltrazioni criminali nell’economia.

Perché la lotta alle mafie non si combatte soltanto attraverso indagini e sequestri, ma anche impedendo che famiglie e piccoli imprenditori in difficoltà diventino vulnerabili a prestiti illegali e forme di sfruttamento.

Dalla Costa degli Etruschi alla Val di Cornia, un modello per il futuro

L’esperienza di Donoratico assume un significato particolare per i territori vicini di San Vincenzo, Piombino, Campiglia Marittima, Suvereto e Sassetta. La Val di Cornia attraversa da tempo una fase di trasformazione economica, segnata dalle difficoltà del comparto siderurgico e dalla necessità di creare nuove opportunità produttive.

In un contesto di questo tipo, la cooperazione sociale, il recupero dei materiali, la formazione professionale e l’economia solidale possono contribuire alla diversificazione delle attività. Non possono certamente sostituire da sole il lavoro industriale, né risolvere i problemi occupazionali del territorio. Possono però offrire opportunità aggiuntive, soprattutto per giovani e persone che incontrano maggiori difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro. La sfida è costruire collegamenti stabili tra scuole, servizi sociali, cooperative e imprese.

Per capire se il modello funziona, tuttavia, sarà necessario verificare quanti giovani partecipano alle attività, quali competenze acquisiscono e quanti riescono effettivamente ad accedere a un’occupazione.

L’inaugurazione di un edificio è un risultato importante. La creazione di lavoro stabile è il traguardo successivo.

Uno sguardo alla Maremma

 Se a Donoratico il percorso di recupero ha già raggiunto la fase dell’inaugurazione, nella provincia di Grosseto esistono altre proprietà confiscate per le quali sono allo studio nuove destinazioni sociali.

Nel luglio 2026 la vicepresidente della Regione Toscana Mia Diop ha effettuato una serie di sopralluoghi tra Semproniano, Arcidosso e Monte Argentario, incontrando gli amministratori locali. La giornata si è conclusa a Grosseto con un confronto con la Consulta provinciale per la legalità.

L’obiettivo è stato quello di individuare percorsi sostenibili per restituire alla collettività immobili e terreni sottratti alla criminalità organizzata.

Semproniano, le villette di Catabbio per la sanità e il sociale

A Catabbio, frazione di Semproniano, sono presenti alcune villette confiscate a esponenti della criminalità organizzata, nelle quali si trovano diversi appartamenti. L’amministrazione comunale sta valutando la possibilità di utilizzare gli immobili per servizi sanitari e sociali.

Una destinazione che potrebbe assumere particolare importanza in un territorio caratterizzato dalla presenza di piccoli centri e dalla distanza dai principali poli di servizio. Le villette sono state utilizzate anche per campi antimafia organizzati dall’associazione Le Sentinelle di Nonno Nino. Un’esperienza che collega il patrimonio confiscato all’educazione alla legalità, attraverso la partecipazione e la conoscenza diretta dei luoghi.

Il sindaco Luciano Petrucci ha sottolineato la volontà dell’amministrazione di trasformare questi immobili in risorse stabili per la comunità. La questione centrale riguarda ora la definizione dei progetti, le risorse necessarie per gli interventi e le modalità di gestione dei futuri servizi.

Arcidosso, 70 ettari di terreno per rilanciare l’agricoltura sociale

È forse uno dei casi più interessanti dal punto di vista delle opportunità economiche. Ad Arcidosso, tra la località Aiole e la comunità di Merigar, il patrimonio interessato dalla confisca comprende circa 70 ettari di terreno, un podere e due strutture rurali.

Un complesso che potrebbe prestarsi a un progetto di agricoltura sociale. L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Jacopo Marini, ha manifestato l’intenzione di lavorare con la Regione Toscana e Avviso Pubblico per costruire un percorso di recupero capace di coinvolgere le realtà del territorio. L’idea è utilizzare il patrimonio agricolo non soltanto per la produzione, ma anche per favorire inclusione e nuove opportunità di sviluppo.

In una zona come l’Amiata, un progetto di questo tipo potrebbe collegare diverse attività: coltivazioni sostenibili, formazione agricola, inserimento lavorativo, educazione ambientale e valorizzazione delle produzioni locali. Si tratta, al momento, di possibilità da sviluppare e non di attività già operative.

Perché un progetto agricolo possa funzionare, occorre valutare la qualità dei terreni, la disponibilità di acqua, l’accessibilità, le condizioni degli edifici e i costi necessari per avviare le attività. Serve inoltre un soggetto gestore in grado di garantire continuità economica.

L’agricoltura sociale può diventare uno strumento importante di inclusione, ma deve essere accompagnata da un’organizzazione imprenditoriale capace di sostenersi nel tempo.

Monte Argentario, i terreni di Ronconali e il recupero ambientale

Un’altra realtà è quella di Monte Argentario, dove i beni confiscati comprendono terreni nella zona di Ronconali, inseriti nella macchia mediterranea. Anche in questo caso l’amministrazione comunale ha espresso disponibilità a collaborare con le istituzioni per individuare una nuova funzione del patrimonio. Il contesto ambientale richiede particolare attenzione: eventuali progetti, infatti, dovranno confrontarsi con la tutela del paesaggio, la salvaguardia della vegetazione e la compatibilità delle attività con le caratteristiche dell’area.

La restituzione alla collettività potrebbe quindi assumere anche un significato ambientale, attraverso forme di gestione e valorizzazione rispettose del territorio. Ma prima di definire una destinazione concreta sarà necessario chiarire quali interventi siano effettivamente consentiti e quali risorse possano essere disponibili.

La grande sfida nazionale: 1.332 realtà gestiscono beni confiscati

L’esperienza toscana si inserisce in un movimento nazionale che negli ultimi trent’anni ha trasformato il modo di affrontare il patrimonio sottratto alla criminalità organizzata. La svolta è arrivata con la legge 109 del 1996, che ha introdotto il riutilizzo sociale dei beni confiscati. Un principio rivoluzionario nella sua semplicità: ciò che è stato accumulato attraverso attività criminali deve poter tornare a beneficio dei cittadini.

Secondo il rapporto Raccontiamo il Bene 2026, pubblicato da Libera, in Italia sono 1.332 i soggetti della società civile organizzata che gestiscono beni confiscati, distribuiti in 448 Comuni e 19 regioni.

Si tratta di una rete che comprende associazioni, cooperative e organizzazioni impegnate in attività sociali, culturali, educative e produttive.

La dimensione sociale  quella prevalente, ma il recupero dei beni confiscati interessa anche settori produttivi come l’agricoltura e le attività ambientali: 35 scuole utilizzano beni confiscati come strumenti educativi.

Un dato significativo perché dimostra come questi luoghi possano diventare anche spazi nei quali trasmettere alle nuove generazioni il valore della cittadinanza attiva.

Giovani e lavoro etico, la legalità deve diventare un’opportunità concreta

Il recupero dei beni confiscati alle mafie rappresenta un’importante occasione per coinvolgere i giovani attraverso laboratori, volontariato, formazione e percorsi di inserimento lavorativo. L’obiettivo è trasformare l’educazione alla legalità in opportunità concrete, promuovendo un’economia fondata sul rispetto dei diritti, sulla trasparenza e sull’inclusione sociale.

Ma restituire un immobile alla collettività non basta. Servono investimenti, progetti sostenibili e una collaborazione stabile tra istituzioni, cooperative e imprese per evitare che i beni rimangano inutilizzati.

L’esperienza di Donoratico, dove un capannone confiscato è stato trasformato in un polo sociale, indica una strada possibile. In Maremma, invece, i progetti di Semproniano, Arcidosso e Monte Argentario devono ancora tradursi in attività concrete.

La vera sfida, dalla Maremma alla Val di Cornia, sarà misurare i risultati: quanti giovani coinvolti, quanti servizi attivati e soprattutto quanti posti di lavoro creati.

Perché sottrarre un bene alla mafia significa restituirlo allo Stato. Trasformarlo in lavoro, formazione e solidarietà significa restituirlo davvero alla comunità.

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