PIOMBINO. Lavorare non basta, da solo, a far perdere il diritto all’assegno divorzile. Se durante il matrimonio uno dei due coniugi ha sacrificato la propria carriera per dedicarsi alla famiglia, quell’impegno continua ad avere un valore anche dopo la fine dell’unione.
È il principio ribadito dal tribunale di Livorno, che con una sentenza destinata a fare giurisprudenza ha riconosciuto a un’ex moglie un assegno divorzile di 200 euro al mese, pur essendo economicamente autosufficiente e pur svolgendo un’attività lavorativa.
Una decisione che richiama i principi fissati dalle Sezioni unite della Corte di Cassazione e che mette al centro non tanto il reddito attuale del coniuge più debole, quanto le conseguenze delle scelte compiute durante la vita matrimoniale.
La storia: oltre vent’anni dedicati alla famiglia
La sentenza riguarda il divorzio tra due ex coniugi sposati nel 1990 e separati dal 2021. L’ex marito aveva chiesto la cessazione degli effetti civili del matrimonio, sostenendo che l’ex moglie, lavorando e percependo circa 1.000 euro al mese, fosse ormai autosufficiente e che quindi non avesse più diritto ad alcun assegno divorzile.
Una tesi che il collegio del tribunale di Livorno, presieduto dalla giudice Azzurra Fodra, con giudice relatore Nicoletta Marino e giudice Giulio Scaramuzzino, non ha condiviso.
Per i magistrati, infatti, la questione non può essere risolta limitandosi a verificare se l’ex coniuge riesca o meno a mantenersi da sola.
Conta il sacrificio fatto durante il matrimonio
Il tribunale richiama espressamente la storica sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione n. 18287 del 2018, secondo la quale l’assegno divorzile non ha soltanto una funzione assistenziale, ma anche compensativa e perequativa.
In altre parole, serve anche a compensare chi, durante il matrimonio, ha rinunciato a costruire una propria carriera professionale per permettere all’altro coniuge di lavorare e far crescere il patrimonio familiare.
Nel caso esaminato, i giudici hanno ritenuto provato che l’ex marito abbia sempre lavorato come militare, mentre la moglie sia entrata nel mercato del lavoro solo dopo oltre vent’anni di matrimonio, quando i figli erano ormai grandi e la separazione era alle porte.
Per tutto quel periodo si era occupata prevalentemente della casa e della crescita dei figli, rinviando il proprio percorso professionale. Una scelta condivisa all’interno della coppia che oggi, secondo il Tribunale, spiega la consistente differenza reddituale tra i due ex coniugi.
La differenza di reddito pesa nella decisione
Dagli accertamenti della guardia di finanza è emerso che nel 2024 l’ex marito aveva dichiarato circa 50.000 euro lordi, mentre l’ex moglie si era fermata a 19.000 euro lordi. Anche sotto il profilo patrimoniale la situazione risultava molto diversa: lui, oltre alla quota della casa familiare, aveva acquistato un altro immobile senza ricorrere a un mutuo; lei disponeva soltanto della metà dell’abitazione coniugale, rimasta assegnata perché ancora abitata da uno dei figli.
Per il collegio questa disparità non è casuale, ma è la diretta conseguenza dell’organizzazione familiare costruita durante il matrimonio.
I prestiti non dimostrano una maggiore ricchezza
Uno degli aspetti più interessanti della sentenza riguarda anche i numerosi finanziamenti contratti dalla donna.
L’ex marito sosteneva che la possibilità di ottenere prestiti dimostrasse l’esistenza di ulteriori entrate non dichiarate.
Il tribunale respinge però questa ricostruzione. I giudici osservano che quei finanziamenti risultano verosimilmente legati alle spese sostenute negli anni, comprese quelle universitarie dei figli e la quota di mutuo della casa familiare, e non costituiscono alcuna prova dell’esistenza di redditi nascosti.
Confermato l’assegno divorzile
Per questi motivi il tribunale ha riconosciuto all’ex moglie un assegno divorzile di 200 euro mensili, rivalutabile secondo gli indici Istat.
La sentenza conferma inoltre l’assegnazione della casa familiare alla donna e dispone che l’ex marito continui a versare 350 euro al mese per ciascuno dei due figli maggiorenni ma non ancora economicamente autosufficienti, oltre al 50% delle spese straordinarie.
L’avvocata Di Falco: «Non basta avere uno stipendio per perdere il diritto»
Soddisfatta della pronuncia l’avvocata Rosalia Di Falco, che ha assistito l’ex moglie.

«La sentenza – spiega – ribadisce un principio ormai consolidato dalla Cassazione ma ancora troppo spesso frainteso: l’autosufficienza economica del coniuge richiedente non è sufficiente, da sola, a escludere il diritto all’assegno divorzile. Il giudice deve verificare se la disparità economica tra gli ex coniugi sia il risultato delle scelte condivise durante il matrimonio, come accade quando uno dei due rinuncia o rinvia la propria crescita professionale per dedicarsi alla famiglia».
«L’assegno divorzile – aggiunge l’avvocata – conserva così la sua funzione assistenziale, ma anche compensativa e perequativa, riconoscendo valore al lavoro di cura svolto per anni all’interno della famiglia e alle opportunità lavorative perdute».