Pietro Andreini vicecampione europeo di judo Under 23 a Napoli | MaremmaOggi Skip to content

Pietro Andreini, dall’infortunio all’argento europeo: ora sogna le Olimpiadi

Ha 22 anni, ha iniziato a praticare judo a cinque, accompagnato dal babbo Mario, che è stato anche il suo primo allenatore. Poi il trasferimento a Torino, i sacrifici, due gravi infortuni e la voglia di ricominciare. A Napoli è diventato vicecampione d’Europa Under 23. La sua emozione, i ringraziamenti a chi ha creduto in lui e l’orgoglio dell’Associazione Judo Piombino, dove tutto è cominciato e il sogno delle Olimpiadi di Los Angeles.
Pietro Andreini con il padre Mario a Piombino
Pietro Andreini con il padre Mario a Piombino

PIOMBINO. Ci sono medaglie che valgono molto più del metallo di cui sono fatte. Dentro ci sono anni di sacrifici, allenamenti interminabili, distanze da colmare, sconfitte da accettare e momenti nei quali sarebbe stato più facile arrendersi. Ma ci sono anche i sogni di un bambino, l’amore di un padre e quella passione capace di diventare, giorno dopo giorno, una ragione di vita.

La medaglia d’argento conquistata da Pietro Andreini ai Campionati Europei Under 23 di judo, disputati a Napoli, racconta tutto questo. E racconta soprattutto la storia di un ragazzo piombinese di 22 anni che, da quando ne aveva appena cinque, ha trovato nel tatami il posto in cui crescere, imparare a conoscersi e costruire il proprio futuro.

Oggi Pietro è vicecampione europeo nella categoria fino a 60 chilogrammi, veste i colori dell’Aeronautica Militare e si allena a Settimo Torinese, nella prestigiosa palestra Akiyama. Ma le sue radici sono rimaste qui, nella palestra dell’Associazione Judo Piombino, dove tutto è cominciato, con il babbo Mario che lo accompagnava agli allenamenti e gli insegnava i primi movimenti.

Ed è proprio da quel bambino che bisogna partire per capire quanto sia importante questo argento.

Il piccolo Pietro e il babbo Mario: una passione nata a cinque anni

Mario Andreini non è soltanto il padre di Pietro. È un maestro di judo, il suo primo allenatore e la persona che gli ha trasmesso l’amore per questa disciplina.

«L’ho portato io in palestra, piano piano, quando aveva cinque anni», racconta Mario, ripercorrendo gli inizi di un’avventura che avrebbe finito per cambiare la vita di entrambi.

Per anni sono cresciuti insieme, uno nel ruolo di maestro e padre, l’altro in quello di allievo e figlio. Allenamenti, gare, trasferte, primi successi e inevitabili delusioni. Fino a quando il talento di Pietro è diventato troppo grande per restare confinato nella palestra in cui aveva cominciato.

Già giovanissimo, infatti, aveva conquistato titoli italiani e ottenuto risultati importanti nelle competizioni internazionali, dimostrando qualità che andavano ben oltre la semplice predisposizione atletica. Ma prima ancora di imparare a vincere, Pietro aveva dovuto imparare qualcosa di altrettanto importante: distinguere il padre dall’allenatore.

Un'immagine di qualche anno fa di Pietro con il padre Mario
Un’immagine di qualche anno fa di Pietro con il padre Mario

Un padre, un allenatore e una lezione che va oltre il tatami

Avere il proprio padre come allenatore non è sempre stato semplice. Significa imparare molto presto a distinguere l’affetto dalla disciplina, la protezione dalle regole, l’amore di un genitore dalle aspettative di un maestro.

Pietro, però, quella distinzione ha saputo farla fin da bambino. Perché quando entrava sul tatami, Mario smetteva di essere il babbo e diventava l’allenatore: una figura da rispettare, ascoltare, seguire, dalla quale imparare non soltanto le tecniche del judo, ma anche il valore del sacrificio, della costanza e della determinazione.

Fuori dalla palestra, invece, tornava a essere semplicemente suo padre. Quell’uomo al quale raccontare le proprie emozioni, con cui condividere le delusioni e le vittorie, quello che Pietro avrebbe voluto rendere orgoglioso, un giorno, attraverso i propri risultati.

Due ruoli diversi, uniti da un legame profondissimo, che ha accompagnato il ragazzo fino ai palcoscenici più importanti del judo internazionale. E proprio Pietro, parlando della presenza dei genitori durante le gare, racconta un aspetto molto personale del proprio carattere.

«In realtà questo è un fattore che ho sempre sentito, sapere che c’erano i miei genitori sugli spalti. Forse per una mia aspettativa nei loro confronti», confessa.

A Napoli sua madre non era presente, mentre l’esperienza maturata negli anni accanto al padre gli ha permesso di affrontare la competizione con una consapevolezza diversa.

«Avevo un forte senso di orgoglio, di non mollare, di provarci fino all’ultimo secondo», racconta Pietro.

Ed è forse questo il regalo più bello che un figlio possa fare a un padre che è stato anche il suo maestro: non soltanto una medaglia, ma la dimostrazione di aver fatto propri gli insegnamenti ricevuti.

La scelta di lasciare Piombino per inseguire un sogno

Crescere, però, significa anche trovare il coraggio di allontanarsi dalle proprie certezze. Per continuare a migliorare, Pietro ha dovuto affrontare una delle decisioni più difficili per un ragazzo così giovane: lasciare Piombino, la famiglia e gli amici per trasferirsi in Piemonte.

Fino all’adolescenza era stato seguito dal padre e dai tecnici dell’Associazione Judo Piombino. Poi è arrivato il momento di compiere il passo successivo, scegliendo di allenarsi a Settimo Torinese, nella palestra Akiyama, una delle realtà di riferimento del judo italiano.

Una decisione impegnativa, che ha significato cambiare abitudini, affrontare una nuova quotidianità e imparare a vivere lontano da casa, ma anche misurarsi ogni giorno con atleti di altissimo livello. Pietro non ha mai nascosto quanto sia stato difficile quel passaggio.

«Non è stato semplice staccarsi dalla famiglia», ha raccontato parlando del trasferimento in Piemonte. Ma era il prezzo da pagare per continuare a  crescere.

I risultati sono arrivati, prima a livello nazionale e poi internazionale, fino alla possibilità di trasformare la passione in qualcosa di ancora più importante.

Pietro è entrato nel Gruppo sportivo dell’Aeronautica Militare, continuando ad allenarsi all’Akiyama con lo staff tecnico che lo ha accompagnato nella sua crescita.

«L’Aeronautica Militare mi ha contattato nel luglio dello scorso anno. Essendo un corpo dello Stato si entra tramite concorso pubblico, ma sicuramente i miei meriti sportivi hanno avuto un ruolo importante. Sono fiero di aver portato, dopo appena un anno di attività nell’Aeronautica, una medaglia così prestigiosa», racconta.

Una nuova tappa, vissuta come la realizzazione di un sogno. Eppure il cammino verso l’argento europeo non è stato affatto semplice.

Due infortuni alle spalle e la paura di dover rinunciare a tutto

C’è un episodio, nel racconto di Mario Andreini, che più di ogni altro aiuta a comprendere il carattere di suo figlio. Durante una gara internazionale a Praga, Pietro ha subito un gravissimo infortunio alla spalla, con lesioni ai legamenti che hanno reso necessario un intervento chirurgico.

In un attimo, i programmi, le competizioni e le aspettative sono stati cancellati.

Per un atleta che aveva dedicato quasi tutta la propria vita allo sport, sarebbe stato comprensibile sentirsi sconfitto. E Mario, che conosceva bene la gravità della situazione, ha temuto il peggio.

«Da lì, onestamente, pensavo che smettesse», confessa.

Ma Pietro aveva altri programmi. «Invece, con una determinazione incredibile, ha recuperato ed è andato avanti», ricorda il padre.

E nella sua intervista Pietro rivela che gli ostacoli sono stati addirittura due. «Ho avuto due grossi infortuni. Nel 2023 la spalla sinistra mi ha tenuto fuori per sei mesi e l’anno dopo quella destra per otto mesi».

Due stop pesantissimi, arrivati proprio negli anni in cui un giovane atleta ha bisogno di continuità per crescere e conquistare risultati. Sono serviti mesi di lavoro, pazienza e allenamenti per ritrovare la condizione fisica e la fiducia necessaria a tornare a combattere.

Ma Pietro non ha mai smesso di crederci.

Dopo uno dei periodi di recupero è riuscito a tornare sul podio internazionale, conquistando una medaglia di bronzo in una European Cup in Montenegro. Quella medaglia, forse, è stata una delle vittorie più importanti della sua carriera. Perché prima ancora degli avversari, Pietro aveva dovuto superare la paura e l’incertezza di non riuscire più a fare ciò che amava.

«La sua forza? Una determinazione incredibile»

Quando gli viene chiesto quale sia la qualità migliore di Pietro, Mario non ha dubbi. «Forte, forte, forte determinazione», ripete, quasi a voler sottolineare che non esiste una definizione più adatta per descrivere suo figlio.

Anche quando un incontro si mette male e le difficoltà sembrano avere il sopravvento, Pietro riesce a trovare dentro di sé una grinta incredibile. Non si arrende, non indietreggia, ma reagisce con ancora più forza, combattendo con un’intensità e una determinazione persino maggiori di prima. È proprio nei momenti più difficili che riesce a tirare fuori il meglio di sé.

Mario ricorda combattimenti nei quali Pietro si è trovato in svantaggio a pochi secondi dalla fine e ha saputo ribaltare tutto con un’ultima azione, cercata con lucidità e ostinazione fino all’istante conclusivo.

Un'altra immagine di Pietro Andreini con il padre
Un’altra immagine di Pietro Andreini con il padre

E il figlio conferma le parole del padre, aggiungendo una riflessione che racconta molto della sua maturità.

«Ho sempre dovuto forse faticare un po’ più degli altri per arrivare dove sono arrivato. La mia prima medaglia importante è arrivata a 22 anni. I miei amici, i miei colleghi l’hanno conquistata prima, ma ognuno ha il proprio percorso».

È una consapevolezza che va oltre lo sport. La capacità di non confrontare continuamente la propria strada con quella degli altri, di accettare i tempi della crescita e di continuare a lavorare anche quando i risultati sembrano non arrivare. Nel judo, del resto, non basta conoscere una tecnica. Occorre saper leggere l’avversario, adattarsi alle situazioni, trovare soluzioni diverse e soprattutto non smettere mai di provarci.

E serve una preparazione fisica straordinaria: un incontro dura quattro minuti effettivi, ma quando si arriva in parità e si entra nel golden score, il combattimento prosegue fino al punto decisivo, senza un limite prestabilito di tempo.

È proprio in questi momenti che la forza mentale può fare la differenza. «La determinazione è il suo punto di forza, non soltanto in gara, ma soprattutto nell’allenamento», sottolinea Mario.

Perché il talento, da solo, non basta per arrivare così in alto. Serve soprattutto la volontà di continuare a lavorare quando nessuno guarda.

Gli Europei a Napoli, quasi un segno del destino

E poi ci sono quelle coincidenze che, nella vita di uno sportivo, sembrano avere un significato particolare. Quando Pietro ha scoperto che i Campionati Europei Under 23 del 2026 si sarebbero disputati a Napoli, ha avuto la sensazione che quell’appuntamento fosse stato scritto proprio per lui.

Lo racconta con parole che restituiscono tutta l’intensità di quel momento.

«L’anno scorso, agli Europei Under 23, ero arrivato alla finale per il bronzo, ma avevo perso, chiudendo quinto. Pensavo di non essere destinato a questa medaglia. Poi ho visto il calendario e ho scoperto che gli Europei di quest’anno sarebbero stati a Napoli. È come se mi fossi sentito destinato a dover arrivare a quell’appuntamento in casa».

Dopo anni trascorsi a inseguire risultati in giro per il continente, dopo le trasferte, i sacrifici e soprattutto dopo il lungo percorso per tornare a combattere ai massimi livelli, questa volta il grande appuntamento internazionale si sarebbe disputato proprio in Italia.

Era un’occasione troppo importante per lasciarsela sfuggire. Per una volta non sarebbe stato soltanto lui a dover attraversare l’Europa per inseguire il proprio sogno: era l’Europa del judo a essere arrivata fino a casa sua. E Pietro a quell’appuntamento non poteva mancare.

Ma questa volta c’era anche qualcosa di diverso nel suo atteggiamento.

«Nei precedenti Campionati Europei avevo sempre provato una sensazione di pesantezza. Li sentivo come una gara diversa dalle altre. Invece a Napoli, forse per il fatto di giocare in casa, per il calore del pubblico e per avere le persone care vicino, ho vissuto tutto come una normale giornata di sport, con serenità e voglia di divertirmi».

Ed è proprio questa leggerezza, conquistata attraverso anni di esperienza, ad averlo aiutato a esprimere il meglio di sé.

A Napoli la grande impresa: Pietro è vicecampione d’Europa

Il 30 ottobre, sul tatami del PalaVesuvio di Napoli, tutti quegli anni di lavoro hanno trovato la loro ricompensa. Pietro si è presentato ai Campionati Europei Under 23 nella categoria fino a 60 chilogrammi, pronto a misurarsi con alcuni dei migliori giovani judoka del continente.

Il suo cammino è stato straordinario. Prima la vittoria contro il serbo Aleksa Nikolic, poi il successo sull’armeno Shavarsh Nahapetyan e infine la semifinale vinta contro l’azero Murad Muradli.

Tre incontri, tre vittorie e la certezza di una medaglia. In finale ha trovato l’israeliano Yehonatan Veksler, che è riuscito a portarsi in vantaggio con un waza-ari nei primi venti secondi. Pietro ha continuato a cercare la rimonta fino alla fine, senza però riuscire a ribaltare il risultato.

È arrivato così l’argento. Un secondo posto che rappresenta uno dei traguardi più importanti della carriera del giovane atleta piombinese, anche se dentro di lui rimane un piccolo rimpianto.

«Non mi sono mai sentito inferiore al mio avversario, neppure nella finale che ho perso. C’è tanta gioia per aver conquistato una bella medaglia, ma anche quel naturale briciolo di amarezza per non essere riuscito a vincere il titolo in casa».

Pietro sa anche individuare il momento che ha deciso l’incontro. «Nel judo conta tantissimo l’attenzione. Ho perso la finale per una disattenzione nei primi secondi. Ho subito un punto che poi ho pagato per tutti e quattro i minuti dell’incontro. A questi livelli la concentrazione può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta».

Parole lucide, quelle di un ragazzo che non cerca alibi, ma che anche da una finale perduta vuole trarre un insegnamento.

Si trattava della sua sesta partecipazione a un Campionato Europeo, considerando le diverse categorie giovanili.

Questa volta, finalmente, Pietro è salito su quel podio. E insieme a lui, idealmente, ci sono saliti tutti coloro che lo hanno sostenuto lungo il percorso.

Il podio dei campionati europei di Napoli
Il podio dei campionati europei di Napoli

Dopo l’argento europeo, il sogno più grande: le Olimpiadi di Los Angeles 2028

E adesso, dopo aver conquistato il secondo gradino del podio europeo, Pietro può permettersi di guardare ancora più lontano. Perché all’orizzonte c’è un appuntamento che rappresenta il sogno di ogni atleta: le Olimpiadi di Los Angeles 2028.

La medaglia conquistata a Napoli non garantisce automaticamente la qualificazione, ma può rappresentare un punto di partenza importante per costruire il percorso che potrebbe portarlo alla convocazione nella nazionale olimpica italiana.

Ed è proprio Pietro, nell’intervista, a parlarne con entusiasmo, ma anche con la consapevolezza di quanto lavoro lo aspetti.

«Con questa medaglia spero di iniziare un percorso che mi porterà ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028. Io ce la metterò tutta, speriamo che sia un grosso trampolino di lancio e non un punto di arrivo».

È un sogno enorme, che richiederà altri sacrifici, risultati nelle competizioni internazionali e la conquista della qualificazione olimpica. Ma Pietro conosce bene il significato della parola sacrificio, così come sa che nessun obiettivo è irraggiungibile soltanto perché sembra lontano.

Dopotutto, quel bambino che a cinque anni entrava nella palestra di Judo Piombino insieme al babbo Mario oggi è vicecampione d’Europa. E chissà che tra due anni non possa salire sul tatami più importante del mondo, quello olimpico, con la maglia azzurra addosso.

Sarebbe un altro sogno realizzato. Il più grande, almeno fino al prossimo.

Il grazie di Pietro a quella che ormai è diventata la sua seconda famiglia

Dietro una medaglia così importante, inoltre, Pietro sa bene che non c’è soltanto il proprio talento. Ci sono le persone che lo hanno accolto, aiutato a crescere, sostenuto nei momenti difficili e accompagnato lungo una strada che lo ha portato lontano dalla città in cui è nato.

E proprio al termine dell’intervista, il giovane vicecampione europeo sente il bisogno di rivolgere un ringraziamento speciale a chi, negli ultimi cinque anni, è diventato un punto di riferimento fondamentale nella sua vita.

«Voglio ringraziare la mia squadra, l’Akiyama di Settimo Torinese, dove mi alleno, e voglio ringraziare il maestro Pierangelo Toniolo, Nicolas Mungai, Massimiliano Carollo e Massimo Toniolo», racconta Pietro.

Sono le persone che lo hanno accompagnato nel passaggio dall’attività giovanile a quella di alto livello, condividendo con lui allenamenti, sacrifici, vittorie e momenti difficili.

«Cinque anni fa mi hanno accolto in questa grande famiglia che è il nostro club di judo, uno dei migliori al mondo. Un grazie speciale va a loro e a tutti i miei compagni e amici di allenamento a Settimo».

E poi aggiunge una frase che racconta quanto quella scelta, inizialmente così difficile, si sia trasformata in qualcosa di profondamente importante.

«Sono come una famiglia, che con il tempo è diventata un punto di riferimento per me».

Parole che assumono un significato ancora più profondo pensando a quel ragazzo che, adolescente, aveva lasciato Piombino e i propri affetti per inseguire un sogno. A Settimo Torinese Pietro non ha trovato soltanto una palestra nella quale diventare un atleta migliore. Ha incontrato persone con cui condividere la quotidianità, costruire rapporti e trovare la forza di rialzarsi dopo le sconfitte e gli infortuni.

Perché il judo è uno sport individuale, nel quale sul tatami si combatte da soli, ma nessun grande risultato nasce davvero in solitudine.

«Il judo mi ha insegnato a rialzarmi dopo ogni fallimento»

C’è un altro aspetto che Pietro tiene particolarmente a sottolineare e che aiuta a comprendere perché, nonostante gli infortuni e i sacrifici, non abbia mai pensato davvero di abbandonare questo sport. Alla domanda su che cosa lo abbia fatto innamorare del judo, la risposta non riguarda le vittorie, le medaglie o le tecniche di combattimento.

Riguarda qualcosa di molto più profondo.

«Quello che mi ha fatto innamorare del judo è l’etica che c’è dietro, la filosofia e tutti gli insegnamenti che sono alla base di questo sport», spiega.

E aggiunge: «Il rispetto, prima di tutto, per l’avversario, la dedizione al sacrificio e la voglia di rialzarsi nonostante i possibili fallimenti lungo il percorso. È questa l’etica che mi ha trasmesso il judo».

Parole che sembrano quasi riassumere la sua storia. Perché Pietro è caduto, si è fatto male, ha perso incontri importanti e ha visto sfumare occasioni che sembravano irripetibili. Ma ogni volta ha trovato la forza di ricominciare.

Ed è proprio in questa capacità di rialzarsi che si riconoscono i valori più autentici di una disciplina nella quale il rispetto dell’avversario conta quanto la vittoria.

L’orgoglio di Judo Piombino per il suo campione

L’argento europeo di Pietro è anche una grande soddisfazione per l’Associazione Judo Piombino, la società nella quale è cresciuto e ha mosso i primi passi. Il presidente Ivano Scandurra esprime grande soddisfazione per il risultato raggiunto dal giovane atleta, che rappresenta un motivo di orgoglio per tutto l’ambiente sportivo cittadino.

L’associazione è una realtà profondamente radicata nel territorio, con una storia che attraversa diverse generazioni di atleti e che le è valsa anche la Stella d’argento al merito sportivo del Coni, conferita nel 2019.

Un riconoscimento che premia non soltanto i successi agonistici, ma anche il lavoro educativo e sociale svolto nel corso degli anni.

Oggi l’impegno dell’associazione va infatti oltre la pratica sportiva.

Judo Piombino collabora con il Comune e con la Misericordia di Piombino nella formazione dei volontari, mettendo a disposizione competenze utili ad affrontare situazioni di soccorso particolarmente complesse, soprattutto quando i pazienti manifestano comportamenti di forte agitazione o opposizione.

L’obiettivo è aiutare i soccorritori a gestire queste circostanze con maggiore preparazione, tutelando la salute dei pazienti e la sicurezza delle persone coinvolte. È un’altra espressione dei valori del judo: il controllo, il rispetto dell’altro, la capacità di affrontare una situazione difficile senza perdere lucidità.

Gli stessi principi che Pietro ha imparato da bambino e che continua a portare con sé sui tatami internazionali.

Un argento individuale e un bronzo per l’Italia

L’impresa di Pietro si inserisce in un Europeo particolarmente positivo per la nazionale italiana. Nelle competizioni individuali gli Azzurri hanno conquistato due medaglie d’oro, con Gaia Stella nei 52 chilogrammi e Fabrizio Esposito nei 73, e due argenti, con Michela Terranova nei 57 chilogrammi e Pietro Andreini nei 60.

Un bilancio che ha permesso all’Italia di chiudere al secondo posto nel medagliere delle gare individuali.

Nell’ultima giornata è arrivato anche il bronzo nella competizione a squadre miste, grazie alla vittoria per 4-1 sull’Ungheria nella finale per il terzo posto. Un risultato che conferma la qualità del movimento italiano e restituisce a Napoli un ruolo importante nella storia recente del judo internazionale.

Quel bambino di cinque anni che non ha mai smesso di sognare

Alla fine di questa storia, però, il pensiero torna inevitabilmente a Piombino. A quella palestra nella quale un bambino di cinque anni entrava accompagnato dal babbo, senza poter immaginare che un giorno avrebbe indossato la maglia azzurra e combattuto per un titolo europeo.

Torna a Mario, che per anni lo ha allenato e accompagnato, prima di affidarlo ad altri tecnici quando è arrivato il momento di spiccare il volo. Torna anche a quelle due spalle infortunate, ai mesi lontano dalle gare e alla paura che tutto potesse finire. E torna soprattutto alla determinazione di un ragazzo che, anche nei momenti più difficili, ha scelto di non arrendersi.

Oggi Pietro Andreini ha una medaglia d’argento europea al collo, una carriera davanti e ancora tanti sogni da inseguire.

Ma forse la sua vittoria più grande è aver conservato, a 22 anni, la stessa passione che lo aveva portato per la prima volta sul tatami quando ne aveva soltanto cinque.

Quella che gli ha insegnato che cadere non significa perdere, che ogni sconfitta può diventare un nuovo inizio e che i sogni, per quanto lontani possano sembrare, meritano sempre di essere inseguiti.

E da Piombino, dove quella passione è nata, c’è un’intera comunità sportiva che guarda con orgoglio alla sua strada.

Perché Pietro è partito da una piccola palestra con un sogno da bambino. E oggi, con un argento europeo al collo, ha dimostrato che quel sogno può portarlo davvero lontano.

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