CAMPIGLIA MARITTIMA. Sessanta minatori, una miniera occupata per due mesi e mezzo e un’intera comunità mobilitata per difendere il proprio futuro. Sono passati 50 anni dall’occupazione della miniera di Campiglia Marittima, iniziata il 22 ottobre 1976, una vertenza che ha segnato la storia del territorio e che ha contribuito a creare le condizioni per la nascita del parco archeominerario di San Silvestro.
A ripercorrere quei giorni è Eraldo Ridi, che seguì personalmente tutta la vertenza sindacale e che oggi custodisce la memoria di quei mesi di lotte. Una battaglia difficile, fatta di preoccupazioni, sacrifici e solidarietà, ma anche della determinazione di non lasciare morire una risorsa considerata importante per tutto il Paese.
Due mesi e mezzo di occupazione: «Bisognava mettere qualcosa nella pentola»
L’occupazione durò circa due mesi e mezzo. Un periodo lungo, durante il quale i lavoratori dovettero affrontare non soltanto l’incertezza sul futuro della miniera, ma anche le difficoltà economiche delle proprie famiglie. I minatori non ricevevano lo stipendio e ogni giorno bisognava trovare il modo di andare avanti, anche semplicemente di mettere qualcosa in tavola.
«Facciamo le belle lotte, ma dentro la pentola bisogna metterci qualcosa», ricorda Ridi, riassumendo una delle preoccupazioni che si respirava in quei giorni.
Per sostenere i lavoratori fu organizzata una sottoscrizione a livello regionale. Arrivarono contributi e aiuti da altre realtà lavorative, mentre i sindacati continuarono a essere presenti sul posto, organizzando riunioni direttamente alla miniera. Non era soltanto una questione economica: quella presenza serviva anche a far sentire ai minatori che non erano soli.
La battaglia per tenere aperta la miniera
L’obiettivo della vertenza non era soltanto trovare una soluzione immediata per i lavoratori. Al centro c’era la convinzione che il minerale estratto rappresentasse una risorsa nazionale e che l’attività mineraria dovesse avere una prospettiva di continuità.
La soluzione arrivò con la cassa integrazione, ma fu accompagnata da una scelta che Ridi considera decisiva: mantenere la miniera aperta e in condizioni tali da non comprometterne il futuro. Dopo l’occupazione, infatti, i lavoratori continuarono a occuparsi a turno della manutenzione degli impianti. Un impegno faticoso, che permetteva di conservare la struttura e impedire che l’interruzione dell’attività ne determinasse il definitivo abbandono.
Quella decisione avrebbe avuto conseguenze ben oltre la vertenza sindacale.
Il ruolo delle donne e l’incontro con Berlinguer
Nella ricostruzione di Ridi c’è un altro elemento fondamentale: il ruolo delle donne e delle famiglie dei minatori.
«Le donne parteciparono attivamente alla mobilitazione e riuscirono a ottenere un incontro con Enrico Berlinguer – dice Ridi – La loro iniziativa contribuì ad accrescere l’attenzione politica sulla vicenda e a sostenere le pressioni sul ministero del Lavoro per arrivare alla cassa integrazione».
Accanto ai lavoratori si mobilitarono anche il Comune, la Regione e le organizzazioni sindacali, insieme a numerose realtà del territorio e della Toscana.
Radi ricorda inoltre il rapporto costruito con la proprietà della miniera. Pur partendo da posizioni e obiettivi differenti, le parti riuscirono a trovare un punto d’incontro. Nel corso della vertenza nacquero anche rapporti di stima e credibilità reciproca, che contribuirono alla ricerca di una soluzione.
La cassa integrazione e il mantenimento della miniera in attività sotto il profilo della manutenzione, divennero così il risultato di una mobilitazione che aveva assunto una dimensione nazionale.
Dalla miniera al parco, vent’anni dopo
Nel 1996, vent’anni dopo l’inizio dell’occupazione, venne inaugurato il parco archeominerario di San Silvestro. Un luogo che oggi permette di conoscere la storia mineraria del territorio e di visitare gli spazi legati a quell’attività.
Per Riadi, il legame tra le due vicende è diretto. Se durante la vertenza non fosse stata presa la decisione di mantenere la miniera aperta e curarne la manutenzione, sarebbe stato più difficile conservarne le strutture e immaginare una nuova destinazione.
La battaglia per il lavoro contribuì così a creare le condizioni per trasformare un patrimonio industriale in una risorsa storica, culturale e turistica.
Un passaggio che racconta come una vertenza nata per difendere l’occupazione abbia lasciato un’eredità capace di arrivare fino a oggi.
Cinquant’anni dopo, la memoria torna a Venturina
A mezzo secolo dall’inizio dell’occupazione, quella storia torna al centro dell’attenzione. Domani, venerdì 23 ottobre, a Venturina Terme è previsto un incontro tra l’amministrazione comunale e il parco per ricordare la vicenda e il significato che ha avuto per il territorio. La memoria dell’occupazione si intreccia anche con le prospettive future del patrimonio minerario: il Comun di Campiglia Marittima ha presentato al ministero della Cultura un progetto dedicato alla valorizzazione dell’area.
Per Ridi, rimasto uno dei principali testimoni di quella lotta, il ricordo non riguarda soltanto la vertenza sindacale. Riguarda soprattutto la capacità di una comunità di restare unita davanti alla possibilità di perdere il proprio lavoro e una parte della propria identità.


