PIOMBINO. Favorire lo smaltimento locale dei rifiuti in plastica e vetroresina per dare impulso all’economia verde e all’occupazione, evitando che i materiali scartati prendano la via dell’esportazione all’estero. È questa la posizione espresso da Legambiente in merito all’ipotesi di realizzare un dissociatore molecolare nel territorio comunale di Piombino. Un’apertura importante, accompagnata però da un netto “no” alla localizzazione individuata.
No ai viaggi delle “ecoballe” e opportunità per la cantieristica
Secondo i dati emersi, dal solo porto di Piombino partono ogni mese circa 7.000 tonnellate di ecoballe indirizzate fuori dai confini dell’Unione Europea, dove spesso le norme di tutela ambientale sono drasticamente inferiori, e il fenomeno appare in costante crescita. Una situazione che riporta alla memoria il drammatico episodio dei rifiuti caduti in mare anni fa.
Legambiente respinge la logica del rifiuto a prescindere fondato sul “Piombino ha già dato”: «I problemi ambientali vanno affrontati, governati e risolti» sostiene l’associazione.
La gestione della vetroresina potrebbe inoltre diventare una risorsa strategica per la cantieristica navale locale e per il settore del refitting, creando nuovi posti di lavoro in un’area in cui l’occupazione resta una priorità fondamentale.
Il nodo Montegemoli: «Rischio inaccettabile vicino al cibo dei bambini»
Nonostante l’apprezzamento per la tecnologia prescelta, definita dagli esperti come avanzata, affidabile e a bassissimo rischio sanitario, Legambiente boccia fermamente la sede proposta dalla società Get Energy.
L’impianto dovrebbe infatti sorgere in località Montegemoli, proprio a ridosso delle cucine della cooperativa Cirfood, la struttura dove vengono preparati quotidianamente i pasti per le mense scolastiche di Piombino e del circondario.
«Gli esperti ci dicono che la tecnologia adottata è la più avanzata ma affidabile e migliore; ma anche se l’impianto di dissociazione sarà costruito con tutti gli accorgimenti ambientali e con rischio molto basso, quel rischio sanitario minimo non appare accettabile proprio a pochissimi metri da una struttura che fornisce cibo ai nostri ragazzi che frequentano le nostre scuole» sottolineano da Legambiente.
L’appello alle istituzioni
Dall’associazione ambientalista arriva quindi un invito a riaprire il confronto per individuare una collocazione alternativa: «L’impianto richiede una superficie contenuta, di poche centinaia di metri quadrati. Con tutte le aree industriali disponibili sul territorio, è d’obbligo trovare una soluzione più consona e sicura per tutti» esortano da Legambiente.