PIOMBINO. Dopo aver ospitato la campionessa olimpica Nadia Battocletti la scorsa primavera, il Villaggio Orizzonte torna a essere punto di riferimento per lo sport d’élite. La struttura ha infatti accolto Lorenzo Zazzeri, campione mondiale di nuoto, in occasione del Nesc (Nuoto Estremo Swim Camp). Gli atleti del nuoto si allenano nella splendida piscina da 25 metri del villaggio.
Fondato dagli ex atleti azzurri Niccolò Beni e Mirco Di Tora, il Nesc è un’associazione sportiva nata per allenare i giovani talenti al fianco dei grandi campioni, e ha scelto proprio l’Orizzonte come sede per i suoi training specialistici.
Chi è Lorenzo Zazzeri
Lorenzo Zazzeri, nato a Firenze nel 1994, nuotatore italiano, velocista di livello internazionale è attualmente capitano della nazionale italiana di nuoto in vasca.
Zazzeri è una colonna portante della staffetta 4×100 metri stile libero italiana. Tra i suoi più grandi successi ricordiamo la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Tokyo 2020 nella staffetta 4×100 stile libero, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Parigi 2024 sempre nella 4×100 stile libero, e il record del mondo stabilito nel 2025 nella staffetta 4×50 metri stile libero mista.
Successi questi che sono arrivati dopo anni ed anni passati in vasca.
Il primo importante traguardo personale, Zazzeri lo ottenne nel 2012, con il suo debutto assoluto in campo internazionale con la maglia della Nazionale azzurra. A soli 18 anni, prese parte agli Europei giovanili ad Anversa, in Belgio, dove ottenne i seguenti piazzamenti: 5º posto con la staffetta 4×100 metri stile libero e il 9º posto nei 50 metri stile libero individuali.
Fu proprio l’esperienza degli Eurojunior 2012 a rappresentare la svolta della sua carriera agonistica, dandogli la consapevolezza e la spinta necessarie per intraprendere la strada del professionismo verso i successi mondiali e olimpici arrivati negli anni successivi.

Lorenzo Zazzeri: «Qui allenamenti di qualità»
Dopo Nadia Battocletti, anche lei ha scelto la struttura de L’Orizzonte per la sua preparazione. Cosa l’ha spinta a puntare proprio su Piombino?
«In realtà sono già un abituale frequentatore di queste zone, visto che ho diversi amici tra Piombino e San Vincenzo. Ho scoperto l’Orizzonte tramite il Nesc: qui stiamo tenendo un campus dove metto la mia esperienza di atleta olimpico e capitano della nazionale al servizio dei più giovani. È un centro estivo focalizzato sul nuoto di alto livello, con allenamenti mirati sia sull’aspetto tecnico sia su quello mentale. E, tra una sessione e l’altra, ne ho approfittato per fare qualche vasca pure io».
Talento, passione e motivazione
Dal suo debutto nel 2012 ad oggi ha vissuto 14 anni di crescita graduale, sia umana che atletica, mantenendo sempre un’evidente umiltà che traspare in ogni sua parola. Nella sua esperienza, quanto contano passione, motivazione e determinazione rispetto al solo talento?
«La mia storia dimostra che senza pazienza e passione non si va lontano. Non sono mai stato un predestinato, anzi ero un ragazzino normalissimo. Ho attraversato diverse fasi di crescita, ma l’amore per il nuoto non mi ha mai abbandonato».
«Da ragazzino non ero il migliore, però il mio allenatore mi ripeteva sempre che “avevo il fuoco negli occhi“. È stata proprio questa forza interiore a far emergere il mio talento nella fase più matura della carriera. Unendolo anche a fortuna, dedizione, abilità sono riuscito a coronare tutti i miei sogni. Se la passione è la spinta per affrontare i sacrifici quotidiani, la determinazione e la pazienza ti sostengono quando i risultati tardano ad arrivare».
L’età e i margini di miglioramento
Superata la soglia dei trent’anni, in che modo un atleta di alto livello riesce a trovare ancora margini di miglioramento?
«Superati i trent’anni un atleta del mio livello trova sempre aree di miglioramento. Perché la performance diventa decisiva in ogni suo piccolo aspetto, soprattutto nel nuoto. Nelle mie gare, ad esempio, 50 o 100 metri stile libero, la differenza tra una medaglia d’oro una medaglia e un ultimo posto si misura in centesimi di secondo e il centesimo di secondo lo si può limare a qualsiasi età: c’è sempre un aspetto tecnico o atletico su cui lavorare».
«Inoltre, spingere l’asticella ogni volta un po’ più in alto fa parte del DNA di uno sportivo. Non mi adagio mai sui traguardi raggiunti, ma cerco continuamente nuove sfide, nuovi stimoli e nuove aspetti da perfezionare».
Il valore della pazienza e sui tempi di crescita
Di recente ha sottolineato l’importanza di saper aspettare il momento giusto, senza farsi demotivare dai tempi lunghi che serve dedicare alla tecnica. Come si impara a vivere la lentezza come una risorsa e non come un ostacolo?
«Per quest’aspetto soprattutto, nelle fasi giovanili gioca un ruolo fondamentale la famiglia. Ricordo molto bene che da ragazzino non riuscivo a vedere oltre il mio naso, mentre i miei genitori e il mio allenatore, dall’alto della loro maturità, riuscivano a intravedere il mio futuro anche a cinque o dieci anni di distanza. Quindi, sicuramente avere una guida tecnica e dei genitori comprensivi che riescano a far pazientare il bambino nella sua crescita, a motivarlo, mettendo al centro il divertimento, è importante».
«Io ad esempio sono stato un bambino non precoce nella crescita. Ho sviluppato fisicamente a rilento rispetto ai miei coetanei. Quindi i miei risultati non arrivavano, non perché non fossi bravo ma perché rispetto ai miei coetanei ero fisicamente indietro. Quindi mia madre, laureata all’isef, mi ha sempre fatto riflettere su questo aspetto. “Abbi pazienza e impegnati e un giorno i risultati arriveranno” mi ripeteva».
«Una riflessione da atleta maturo che posso fare è che spesso noto che la nostra società vive in un mondo in cui vuole tutto e subito, soprattutto da quando sono esplosi i social. Quindi si ricerca dopamina costante, si tende a vedere il risultato finale, si cerca il grande traguardo, ma nessuno dà rilievo a ciò che è davvero importante: il percorso. Di questo ne parlo spesso, nel mio podcast Sportivamente: il percorso conta più del risultato, perché è proprio il tragitto che ci fa crescere come esseri umani».
«Dobbiamo riscoprire la lentezza e persino il valore della noia. Essendo anche un artista visivo, nella noia ho sempre trovato una grande risorsa creativa: quando stacchi e non fai nulla, il cervello si attiva. La lentezza è fondamentale, sia per permettere al corpo di recuperare, sia per nutrire la mente».
La gestione dei momenti no e delle sconfitte
Qual è stata la battuta d’arresto che le ha insegnato di più, trasformandosi in seguito nel più grande punto di forza?
«Sicuramente lo shock anafilattico del 2022. Ho dovuto affrontare sei mesi di stop forzato con l’incertezza per il mio futuro agonistico, con esami medici infiniti. Lì ho trovato salvezza nell’arte. Per andare avanti mi sono rifugiato nella mia passione fuori dal nuoto. Aver superato quel momento mi ha fatto sentire più sicuro in seguito. In camera di chiamata, prima di entrare sul piano vasca in una grande competizione, guardo negli occhi i miei avversari, e il fatto di sapere di aver superato una grande sfida di salute di questo tipo, mi ha dato e mi da più forza».
Il bilanciamento tra carico di lavoro e recupero
A livello metodologico, quanto conta la gestione del riposo e del recupero per evitare l’overtraining e spingere al massimo nei momenti chiave?
«Il riposo è fondamentale, soprattutto nella maturità atletica. Dai trent’anni in poi bisogna curare con ancora più attenzione l’alimentazione e il sonno. Personalmente sono sempre stato regolare con gli orari, non ho mai fumato né bevuto superalcolici, e questo stile di vita sta pagando in termini di longevità agonistica. Certo, non bisogna mai cadere nell’ossessione, ma essere un atleta significa esserlo a 360 gradi, tanto in vasca quanto fuori».
«Il riposo fisico permette di compensare e di ripresentarsi all’allenamento successivo con un corpo più forte, ricettivo e pronto allo sforzo. Ma il recupero non deve essere solo fisico: è altrettanto importante quello mentale. Bisogna saper staccare durante la giornata e dedicarsi ad altro. Per questo ai ragazzi ripeto spesso l’importanza di coltivare altre passioni: pensare unicamente al nuoto rischia di diventare alienante, perché questo è uno sport che non ti perdona nulla, a qualsiasi livello. Avere una valvola di sfogo è essenziale per non bruciarsi».
L’impatto della forza mentale
Ogni suo successo è il risultato di un grande sforzo sia fisico che psicologico. Che peso ha la preparazione mentale nel determinare il risultato in vasca?
«Il peso psicologico è enorme: la mente gioca un ruolo determinante sulla prestazione, specialmente su distanze come i 50 o i 100 metri, dove ci si gioca anni di lavoro in una manciata di secondi. Gestire i pensieri negativi, il dubbio, l’incertezza e i momenti di crisi è la parte più complessa di un percorso agonistico. Per me, allenare la mente è stato un ostacolo ben più grande del sopportare la fatica fisica. È proprio questa capacità di gestione emotiva a tracciare la linea di confine tra un buon atleta e un campione».
«Io stesso sono ricorso al supporto psicologico tra i 18 e i 21 anni, per poi riprendere lo scorso anno e proseguire tuttora. Crescendo si attraversano fasi diverse: periodi in cui serve una figura di riferimento esterna, fasi in cui si riesce a essere il mental coach di sé stessi, e momenti di maturità in cui si riconosce la necessità di un nuovo confronto professionale. Avere l’umiltà di capire dove si può ancora migliorare e affidarsi a degli specialisti è un passaggio fondamentale per qualsiasi atleta».
Non solo nuoto, anche arte e studio
Atleta olimpico, laureato, appartenente all’Esercito e appassionato d’arte: come riesce a far coesistere ed equilibrare sfaccettature così diverse della sua vita?
«Anche podcaster e scrittore di un libro diventato best e long seller intitolato “Laurearsi campioni“. Riesco a coltivare questi interessi perché dare spazio a ogni mia sfaccettatura è l’unico modo per mantenere un reale equilibrio. Per me è fondamentale non identificarmi esclusivamente come “Lorenzo l’atleta”, ma come una persona più complessa».
«Dedicarmi ad altro una volta uscito dalla vasca è una vera e propria forma di recupero mentale. Mi permette di dare sfogo alla mia vena artistica e di staccare dal nuoto, evitando che l’attività agonistica assorba l’intera mia identità. Se dovesse capitare una stagione no, non mi sento un fallito: la mia autostima non dipende solo dai tempi in vasca. Posso comunque dire a me stesso che in quell’anno ho dato gli esami all’Accademia di Belle Arti, ho portato avanti un bel progetto con il podcast o scritto un libro di successo. Avere più pilastri a definire chi sono mi fa vivere lo sport con molta più serenità. E un atleta sereno e felice è un atleta veloce».
«Dal punto di vista pratico, il nuoto ha scandito le mie giornate fin da bambino, e questo mi ha insegnato una gestione del tempo impeccabile. Ragiono per compartimenti stagni, focalizzandomi al massimo su ogni singola attività della giornata: è un’organizzazione che mi permette di essere estremamente efficiente».
L’importanza di Paolo Palchetti
C’è stata una figura in particolare, un mentore, un allenatore o un punto di riferimento, che ha segnato in modo decisivo la sua crescita?
«La figura che mi ha fatto da mentore è stato Paolo Palchetti, il mio attuale allenatore, Palma d’oro al merito tecnico. Palchetti è uno degli allenatori della nazionale italiana. Lui è stato il primo che ovviamente ha creduto in me ed ha visto lungo, ma soprattutto che mi inculcato l’idea della dual carreer, ovvero non mollare lo studio per diventare un nuotatore».
Il ruolo della famiglia
Quanto è stato determinante il sostegno della sua famiglia, soprattutto all’inizio del percorso, quando ha capito che il nuoto sarebbe diventato la sua strada?
«Il sostegno della famiglia è imprescindibile: io devo tutto ai miei genitori. Ho avuto la fortuna di avere un padre e una madre che sono stati due colonne portanti. Sempre dietro le quinte, pronti a sostenermi nei momenti difficili, ma altrettanto bravi a fare un passo indietro e a tenermi con i piedi per terra quando le cose andavano a gonfie vele. Non sono mai stati pressanti e non mi hanno mai proiettato addosso le loro ambizioni. Mia madre non conosce nemmeno i miei tempi di gara; mio padre, quando sono tornato dall’argento olimpico a Tokyo, la prima cosa che mi ha detto è stata: “Lorenzo, grandissimo! Sono il tuo più grande fan. Ricordati però che se non hai più voglia di nuotare, quel borsone lo puoi anche lanciare in un angolo”. Questo fa capire bene la mentalità della mia famiglia».
«Come avevo accennato, soprattutto durante l’adolescenza, è fondamentale che i genitori siano presenti ma non scavalchino i tecnici e non entrino nel merito delle scelte dell’allenatore: il coach deve godere della massima fiducia, altrimenti il ragazzo va in confusione. Inoltre, i genitori non dovrebbero mai paragonare il proprio figlio agli altri, perché il confronto a quell’età è devastante. Potrei scriverci un libro su questo tema, ma mi limito a dire che la famiglia è uno dei tasselli chiave per formare una persona equilibrata, prima ancora che un campione. A me piace dire, ovviamente con le dovute pinze, che “i migliori atleti sono orfani”».
Il consiglio alle nuove generazioni
Che consiglio darebbe a un giovane che muove i primi passi nello sport e sogna di raggiungere alti livelli?
«Il consiglio che mi sento di dare al giovane nuotatore è di sognare, e di farlo in grande, credendo in se stessi, avendo pazienza, che se si dà ascolto alla propria vocina interiore e si segue la propria indole, riusciamo a raggiungere i nostri più grandi obiettivi».
Lorenzo Zazzeri si conferma così non solo un atleta d’élite del nuoto internazionale, ma anche una figura di straordinaria maturità, tanto nello sport quanto nella vita. La sua capacità di coniugare i rigorosi impegni della vasca con lo studio, l’arte e la divulgazione riflette una filosofia di vita fondata sull’equilibrio, sulla pazienza e su una profonda consapevolezza di sé. Incontri come quello promosso dal NESC al Villaggio Orizzonte dimostrano la sua grande disponibilità nel raccontarsi senza filtri: con umiltà e trasparenza, il capitano azzurro sa mettersi a nudo per trasmettere ai giovani atleti il valore autentico del percorso prima ancora che del risultato. È proprio questa visione poliedrica, che alimenta il talento senza mai limitare la persona, a rappresentare la sua vera forza, dimostrando come la ricerca dell’eccellenza sportiva possa andare di pari passo con la cura delle proprie passioni e la ricerca della propria identità.