PIOMBINO. Ci sono luoghi che si scelgono per una vacanza. E poi ci sono luoghi che, con il passare degli anni, diventano un appuntamento. Un’abitudine. Quasi una tradizione di famiglia.
Sono quei posti dove i bambini imparano ad andare in bicicletta, dove gli adolescenti stringono le prime amicizie destinate a durare nel tempo, dove i genitori ritrovano ogni estate gli stessi sorrisi e gli stessi volti. Luoghi nei quali, dopo dodici mesi di lavoro, basta attraversare un cancello per avere la sensazione di essere finalmente tornati a casa.
Il Camping Village Pappasole, affacciato sul Golfo di Follonica, è uno di questi.
Oggi, primo agosto 2026, il Pappasole compie 40 anni. Un traguardo importante, che racconta molto più della storia di un campeggio. Racconta l’evoluzione del turismo in Toscana, il coraggio di chi ha creduto in un progetto quando attorno c’era poco più di un campo coltivato, la capacità di innovarsi senza perdere mai la propria identità e, soprattutto, la forza di un’accoglienza che negli anni è diventata il marchio di fabbrica del villaggio.
Perché se oggi il Pappasole è conosciuto in tutta Europa, non è soltanto per il mare cristallino, per i servizi o per le continue innovazioni. È perché migliaia di persone, ogni anno, scelgono di tornarci.
E chi torna, quasi mai lo fa soltanto per il posto. Lo fa per le emozioni.
Un sogno nato da un prato dove non cresceva nemmeno un albero
Per raccontare davvero il Pappasole bisogna fare un salto indietro di quarant’anni. Bisogna immaginare quella striscia di terra tra Riotorto e il mare quando ancora non esistevano viali alberati, bungalow, piscine, ristoranti o campi sportivi.
Bisogna immaginare un terreno completamente spoglio.
«Non c’era niente. Era un prato di dieci ettari (oggi sono 20, ndr), completamente nudo. Nemmeno un albero», racconta oggi Massimo Pampaloni, il fondatore, dalla sua casa di Guadalajara, in Messico, dove ha un ristorante. La voce è serena, ma quando il discorso torna a quegli anni si incrina inevitabilmente.
Nel 1986 Massimo e sua moglie Elena Casentini venivano dalla gestione del campeggio Il Fontino, a Scarlino, tenuto fino all’anno prima. Sapevano fare turismo, conoscevano il mondo del campeggio, ma il contratto stava per terminare. Così iniziarono a guardarsi intorno.

«Negli ultimi anni della gestione del Fontino cercavamo un posto dove poter costruire qualcosa di nostro. Girammo molto, finché trovammo questo terreno.»
Era una scommessa enorme: non c’erano alberi, non c’erano servizi, non c’era nulla che potesse far immaginare ciò che quel luogo sarebbe diventato quarant’anni dopo.
Eppure Massimo ed Elena lo videro già. Lo immaginarono prima ancora che esistesse.
Un campeggio diverso da tutti gli altri
Molte delle persone che oggi passeggiano lungo i viali del Pappasole probabilmente non sanno che quasi tutto quello che vedono nacque da un foglio bianco.
«Il progetto lo abbiamo fatto io ed Elena. L’architetto Enzo Pineschi e l’ingegner Baldi lo misero sulla carta, ma l’idea era nostra». È un dettaglio che racconta molto della loro visione.
Quando, negli anni Ottanta, la maggior parte dei campeggi era composta semplicemente da piazzole allineate, loro pensarono a qualcosa di diverso. Nacquero così gli spazi circolari, le costruzioni tonde, la grande piazza centrale e anche il tendone bianco e verde che ancora oggi rappresenta uno dei simboli del villaggio.
«Non c’era praticamente un muro con un angolo di novanta gradi. Tutto era pensato per essere armonioso, accogliente, diverso». Un’idea innovativa per l’epoca, ma soprattutto una filosofia.
Perché il Pappasole, fin dall’inizio, non doveva essere soltanto un posto dove dormire, doveva essere un luogo da vivere.
La pineta che nacque due volte
C’è un episodio che, forse più di ogni altro, racconta cosa significhi costruire un sogno. Oggi il verde del Pappasole sembra essere lì da sempre. I pini accompagnano i viali, regalano ombra alle piazzole e fanno parte del paesaggio naturale del villaggio, ma quei pini, in realtà, hanno una storia.
Una storia di ostinazione. «Li prendemmo da Riotorto e li piantammo tutti. Morirono tutti». Massimo sorride ricordandolo. Qualcuno avrebbe rinunciato, loro no. «Li ripiantammo uno per uno. Tutti. E quella volta attecchirono.»
Quella che oggi appare come una semplice pineta è, in realtà, il simbolo di ciò che è stato il Pappasole fin dal primo giorno: cadere, ripartire, migliorare e non smettere mai di credere in un’idea.
Dietro il Pappasole c’era una coppia. E una grande storia d’amore
C’è però una cosa che, parlando con Massimo Pampaloni, emerge con forza ancora maggiore rispetto agli aspetti imprenditoriali. Il Pappasole non nasce soltanto da un progetto, nasce da una coppia. Da due persone che hanno condiviso ogni scelta, ogni difficoltà, ogni investimento.
Massimo parla spesso al plurale. Non dice “io”, dice “noi”. Perché quel campeggio era loro, di entrambi. E quando il discorso cade su Elena, il tempo sembra fermarsi. Elena Casentini se n’è andata il primo novembre del 2024. Da allora Massimo vive in Messico, dove gestisce un ristorante italiano.
Quando gli chiedono se tornerà per la festa dei quarant’anni, resta in silenzio per qualche secondo. Poi risponde con una sincerità che arriva dritta al cuore. «Mi hanno invitato. Ma senza Elena… non me la sento».
Non è nostalgia. È amore. Quello che continua anche quando il tempo passa. «Siamo stati insieme cinquant’anni. Abbiamo sempre lavorato fianco a fianco. Sempre».
Fu Elena a scegliere il nome che oggi tutti conoscono
Anche il nome del villaggio porta la sua firma. È un dettaglio che pochi conoscono. Le colline che si alzano alle spalle del campeggio si chiamano proprio Pappasole.
Fu Elena a innamorarsene. «Fu lei a scegliere quel nome. Io lo registrai. È nato tutto così».
Quarant’anni dopo quel nome è diventato un marchio riconosciuto, legato a migliaia di vacanze, fotografie, ricordi, sorrisi. Ma, prima di tutto, è stato il nome scelto da una donna che aveva saputo vedere un futuro dove gli altri vedevano soltanto un campo.
L’estate del 1986: quando il sogno aprì i cancelli
I lavori iniziarono il 6 gennaio 1986. Furono mesi durissimi, c’erano ritardi, problemi, una corsa contro il tempo.
Massimo ed Elena erano addirittura andati in Germania e in Svizzera a promuovere personalmente il nuovo campeggio prima ancora che fosse terminato. Avevano già venduto soggiorni. Avevano promesso un luogo che ancora non esisteva. Era una scommessa enorme.
Alla fine, tra mille difficoltà, il Pappasole aprì i cancelli nell’estate del 1986. Pioveva spesso, non fu una stagione semplice, eppure gli ospiti arrivarono. E, soprattutto, ripartirono soddisfatti.
«La gente era contenta».
Forse è proprio questa la frase che meglio sintetizza l’inizio di una storia destinata a durare quarant’anni. Perché, allora come oggi, il successo del Pappasole non è mai stato misurato soltanto dal numero delle presenze, ma dal desiderio delle persone di ritornare.
Una nuova sfida, senza perdere l’anima del Pappasole
Ogni grande storia ha un momento in cui rischia di cambiare direzione. Per il Pappasole quel momento arriva a metà degli anni Novanta. I primi anni sono serviti a dimostrare che quell’intuizione di Massimo ed Elena Pampaloni era giusta. Il campeggio aveva trovato la sua identità, aveva iniziato a farsi conoscere, ma aveva ancora enormi potenzialità da esprimere.
Serviva qualcuno capace di raccogliere quel testimone, di far crescere il villaggio senza cancellarne l’anima. È così che, nel 1995, inizia il secondo grande capitolo della storia del Pappasole.
A raccontarlo è Paolo Baldassini, uno degli uomini che più hanno contribuito a trasformare quel villaggio in una delle realtà turistiche più importanti della costa toscana.
«Prima eravamo alla Sterpaia, dove gestivamo un’altra struttura. Quando quell’esperienza finì iniziammo a cercare qualcosa che ci permettesse di continuare a lavorare nel turismo. Girammo tutta la costa, da Piombino fino a Grosseto. Non era semplice trovare un’opportunità simile. Poi arrivò il Pappasole».

La forza di 1.200 persone che decisero di crederci
Quella che nasce nel 1995 non è una normale operazione imprenditoriale. È quasi una piccola impresa collettiva. Per acquistare il campeggio viene costituita una nuova società per azioni formata da 1.200 soci. Un numero che oggi sorprende, mille e duecento persone che decidono di investire in un progetto comune.
«Costituimmo la società davanti a un notaio di Piombino. Eravamo circa milleduecento soci. Fu quella società ad acquistare il Pappasole».
È un passaggio fondamentale. Perché quella società è ancora oggi la stessa che gestisce il villaggio. Non ci sono stati stravolgimenti. Non ci sono stati cambi di rotta. C’è stata, piuttosto, una crescita costante, paziente, costruita anno dopo anno.
Il campeggio cresce. Ma senza dimenticare perché è nato
Quando la nuova gestione prende in mano il Pappasole, la prima scelta è molto chiara: investire. Non per cambiare il campeggio, ma per migliorarlo.
«Rifacemmo le piazzole, iniziammo un grande lavoro di rinnovamento e contemporaneamente riuscimmo ad aprirci sempre di più ai mercati esteri, in particolare alla Germania.»
Una scelta che si rivelerà decisiva.
Negli anni il Pappasole diventa una meta sempre più conosciuta anche fuori dall’Italia. Le famiglie tedesche, olandesi, svizzere e austriache iniziano a sceglierlo con continuità, ma la clientela internazionale non cambia il carattere del villaggio, lo arricchisce.
Camminando oggi tra i suoi viali si sentono parlare molte lingue, eppure l’atmosfera resta quella di un luogo dove tutti convivono con naturalezza. È uno degli aspetti che colpisce di più chi arriva per la prima volta.
Trentadue estati vissute una dopo l’altra
Paolo Baldassini sorride quando gli si chiede quanti anni abbia trascorso al Pappasole. «Trentadue». È una risposta semplice, ma dentro quella parola ci sono più di tre decenni di estati e di inverni passati a programmare la stagione successiva. 32 anni di lavori, di manutenzioni, di investimenti, di clienti conosciuti uno per uno.
Perché il Pappasole, come racconta lui stesso, non vive soltanto da giugno a settembre. Anzi. Il lavoro più importante comincia proprio quando gli ospiti tornano a casa.
«Io ci ho passato estati e inverni. L’inverno serviva per progettare, sistemare, migliorare tutto quello che durante la stagione avevamo osservato». È una filosofia quasi artigianale.
Gli utili? Sempre reinvestiti nel villaggio
Ci sono aziende che distribuiscono gli utili e ce ne sono altre che li trasformano in nuovi servizi. La storia del Pappasole appartiene decisamente alla seconda categoria.
Baldassini lo racconta con un certo orgoglio. «Il primo anno chiudemmo con oltre un miliardo di lire di fatturato. Oggi supera gli otto milioni di euro. Ma una cosa non è mai cambiata: gli utili sono sempre stati reinvestiti nel campeggio».
Una scelta che spiega molto bene perché il villaggio abbia continuato ad evolversi senza perdere competitività. Ogni inverno è diventato l’occasione per aggiungere qualcosa: un servizio, una struttura, un miglioramento. Piccoli passi, mai rivoluzioni. È probabilmente questo il segreto della sua crescita.
La vera ricchezza? Le persone
Eppure, quando si chiede a Baldassini quale sia il ricordo più bello di quei trentadue anni, non parla di bilanci, non cita una piscina, non ricorda un investimento, ma parla delle persone, degli ospiti e dei collaboratori.
«All’inizio in ufficio c’erano Barbara Landi (attuale direttrice, ndr) e un’altra ragazza, oggi ci sono molte persone in più. Abbiamo sempre cercato di trattare bene chi lavorava con noi. Molti ragazzi sono rimasti, altri sono andati a fare altre esperienze, si sono laureati, hanno cambiato vita. Ma ancora oggi tornano a trovarci. Questo è uno dei ricordi più belli che porto con me». È una frase che racconta perfettamente lo spirito del Pappasole. Perché un luogo di lavoro diventa speciale quando chi ci ha lavorato continua a sentirlo casa anche dopo tanti anni.
E questo vale anche per gli ospiti. Ci sono famiglie che frequentano il villaggio da venti, trenta, perfino quarant’anni. Persone che hanno visto cambiare il campeggio senza mai perdere il desiderio di tornarci.
«Lo staff eccezionale è sempre stato la forza del Pappasole». Baldassini non ha dubbi. Perché le piscine possono essere rifatte, i bungalow possono essere rinnovati e i campi sportivi possono aumentare, ma il modo in cui una persona viene accolta resta la vera differenza.
L’accoglienza non è un servizio. È una cultura
Ci sono campeggi dove si prenota una piazzola, villaggi dove si affitta un bungalow o resort dove si acquista un soggiorno. E poi c’è il Pappasole. Dove, prima ancora della spiaggia, della piscina o dell’animazione, si entra in contatto con qualcosa che negli anni è diventato la sua vera firma. Perché qui l’accoglienza è un modo di essere.
Lo si capisce parlando con Silvia Rettura, responsabile della reception e volto storico del villaggio. Da oltre trent’anni è una delle prime persone che gli ospiti incontrano appena arrivano al Pappasole. Trent’anni significano migliaia di check-in, decine di migliaia di sorrisi e soprattutto migliaia di storie.
«Sono la più anziana… professionalmente parlando», scherza. Poi aggiunge, quasi senza pensarci: «Sono più di trent’anni che lavoro qui. E ormai siamo davvero una famiglia».
Ed è proprio quella parola – famiglia – che torna continuamente nel corso della conversazione.

La vacanza comincia molto prima del mare
Chi arriva al Pappasole ha spesso trascorso ore in automobile, magari attraversando l’Europa, con bambini stanchi in mezzo al traffico e al caldo d’estate. Sono dettagli che potrebbero sembrare secondari. Per Silvia, invece, sono il punto di partenza.
«Le persone arrivano stanche. A volte nervose. Hanno fatto un viaggio lungo, magari sotto il sole. Noi cerchiamo subito di sorridere, di sdrammatizzare, di creare empatia. L’accoglienza non è soltanto fare il check-in». Racconta perfettamente ciò che distingue il Pappasole. Perché una vacanza non inizia quando si apre l’ombrellone, inizia nei primi cinque minuti, quando qualcuno ti guarda negli occhi, ti sorride e ti chiama per nome.
Ti fa capire che, finalmente, puoi smettere di correre.
L’arte delle piccole cose
«Cerchiamo sempre di aiutare gli ospiti. Anche quando ci chiedono cose davvero particolari. Facciamo il possibile per trovare una soluzione. E se qualcosa non va, invece di metterci sulla difensiva diciamo semplicemente: grazie per avercelo segnalato, vediamo insieme come possiamo risolvere».
È una filosofia che oggi si chiamerebbe cultura dell’accoglienza, ma al Pappasole esisteva molto prima che diventasse una parola di moda.
Qui ha sempre avuto un nome molto più semplice: disponibilità.
Quando un bambino si perde…
C’è un episodio che Silvia racconta sorridendo, ed è probabilmente quello che descrive meglio lo spirito del villaggio. Ogni tanto capita che un bambino si allontani dai genitori. Succede ovunque, ma al Pappasole la reazione è sempre la stessa.
«I ragazzi prendono il bambino, lo fanno salire sulla macchinina elettrica e iniziano a cercare mamma e papà. Magari scherzando con lui, facendolo divertire. Alla fine il piccolo torna dai genitori sorridendo, invece che spaventato».
La forza delle persone che restano
In un settore come il turismo, dove il turnover del personale è spesso elevato, c’è un dato che colpisce. Molti collaboratori del Pappasole lavorano qui da decenni. Non è una casualità è una scelta.
Perché chi si sente rispettato tende a restare e chi resta costruisce relazioni. Non è raro che una famiglia venga accolta, anno dopo anno, dalla stessa persona e che un bambino venga salutato per nome. È normale che qualcuno ricordi la piazzola preferita o le abitudini di una famiglia arrivata dalla Germania, dall’Olanda o da Milano. Sono dettagli, ma sono proprio i dettagli a trasformare una vacanza in un ricordo.
È anche grazie a questo spirito che il Pappasole è diventato qualcosa di più di una destinazione turistica. È diventato un luogo di appartenenza, un posto dove molte famiglie non tornano semplicemente per il mare o per i servizi. Tornano perché ritrovano persone che, nel corso degli anni, sono entrate a far parte della loro storia.
Guardare avanti, senza dimenticare da dove si è partiti
Quarant’anni possono essere un punto di arrivo, oppure un nuovo punto di partenza. Al Pappasole hanno scelto la seconda strada, perché chi arriva oggi al villaggio trova una realtà completamente diversa da quella che Massimo ed Elena inaugurarono nell’estate del 1986, ma lo spirito è rimasto sorprendentemente lo stesso. Dai dieci ettari iniziali, ora il campeggio si estende sul doppio della superficie.
Ogni inverno, quando gli ospiti tornano a casa e il silenzio prende il posto delle voci dei bambini, il campeggio continua a vivere.
È il periodo in cui si progettano i lavori, si studiano nuove soluzioni, si immaginano servizi capaci di rendere ancora più piacevole la vacanza dell’estate successiva. È un lavoro che spesso nessuno vede, ma è quello che, anno dopo anno, ha permesso al Pappasole di crescere senza mai fermarsi.
Innovare senza perdere la propria identità
Il presidente della società che oggi gestisce il villaggio, Fabio Pini, parla del futuro con l’entusiasmo di chi sa che il turismo cambia continuamente e che restare fermi significa perdere terreno, ma aggiunge subito una precisazione: ogni investimento deve avere un obiettivo preciso, migliorare la qualità della vacanza.
«Quest’autunno partirà un’importante riqualificazione dell’area piscine. Realizzeremo una nuova laguna dedicata ai bambini, nuovi giochi d’acqua, un bar direttamente a servizio delle piscine e amplieremo gli spazi destinati alle famiglie. Saranno rinnovati anche diversi bungalow, per continuare a offrire strutture sempre più moderne e confortevoli.»
Non è un semplice restyling. È un progetto che guarda soprattutto ai più piccoli, perché il Pappasole continua a considerare la famiglia il centro della propria idea di vacanza.
«Circa l’80 per cento dei nostri ospiti è composto da famiglie. È naturale che ogni scelta venga fatta pensando a loro e ai loro bambini». Una filosofia che, in fondo, era già presente quarant’anni fa, solo che oggi si traduce in servizi sempre più evoluti.

Un piccolo mondo dove ogni giornata può essere diversa
Negli anni il Pappasole è diventato un villaggio nel vero senso della parola. Chi decide di trascorrere qui le proprie vacanze può scegliere ogni giorno qualcosa di diverso fra spiaggia, piscine, sport, animazione e spettacoli serali. Fino al grande prato dove, nelle sere d’estate, si alternano cinema all’aperto ed eventi.
«Abbiamo cercato di creare un luogo dove una famiglia possa trovare tutto quello che serve senza rinunciare alla libertà di scegliere come vivere la propria giornata», racconta Fabio Pini.
È un equilibrio delicato, perché il rischio, quando una struttura cresce, è quello di perdere il contatto umano. Il Pappasole, invece, sembra aver fatto la scelta opposta: aumentare i servizi, ma mantenere la stessa vicinanza con gli ospiti.
LE FOTO – Il Pappasole oggi
Un progetto che guarda lontano
La crescita, però, non è finita. Nei piani della società c’è anche un progetto di ampliamento destinato a cambiare il volto del villaggio nei prossimi anni. L’area verso Torre Mozza rappresenta la nuova frontiera dello sviluppo.
«L’obiettivo è realizzare una struttura alberghiera che ci permetta di ampliare l’offerta e soprattutto di allungare la stagione turistica, portando sempre più persone a conoscere questo territorio anche oltre i mesi estivi». È una visione che va oltre il singolo campeggio. Significa contribuire alla crescita dell’intero comprensorio turistico della Val di Cornia e del golfo di Follonica.
Perché ogni ospite che sceglie il Pappasole scopre anche le spiagge, i borghi, la cucina, le colline e le bellezze della costa toscana.
Quarant’anni dopo, il vero patrimonio sono ancora le persone
Alla fine di questo viaggio viene quasi naturale tornare al punto di partenza. Si potrebbe raccontare il Pappasole attraverso i numeri. Le oltre 250 mila presenze all’anno. Gli investimenti, le nuove piscine, le strutture sportive, i bungalow e i servizi. Sarebbe tutto vero, ma non sarebbe sufficiente.
Perché c’è qualcosa che non compare nei bilanci e che nessuna statistica potrà mai raccontare: sono le persone.
Massimo Pampaloni che, dall’altra parte dell’oceano, ancora oggi si commuove parlando di Elena e del loro sogno.
Paolo Baldassini che ha dedicato trentadue anni della sua vita a far crescere quel villaggio.
Silvia Rettura che da oltre trent’anni continua ad accogliere gli ospiti con lo stesso sorriso.
E poi le centinaia di collaboratori che, stagione dopo stagione, hanno trasformato un luogo di vacanza in una piccola comunità.
È questa, probabilmente, la vera eredità lasciata da quei dieci ettari di terreno dove, nel 1986, non cresceva nemmeno un albero.
Ci sono posti dove si va in vacanza. E poi ci sono posti dove si torna
Forse il segreto del Pappasole è racchiuso tutto in questa differenza. Perché una vacanza dura una settimana, due, al massimo tre.
I ricordi, invece, possono accompagnare una vita intera.
Ogni estate, quando i cancelli si aprono, arrivano bambini che vedono il mare per la prima volta. Accanto a loro ci sono genitori che quel mare lo avevano scoperto proprio lì da piccoli. E magari, poco più in là, c’è un nonno che quarant’anni prima aveva piantato la sua tenda nello stesso campeggio.
È questo, forse, il segreto del Pappasole. Non essere soltanto un villaggio turistico, ma un luogo dove le estati diventano memoria e i ricordi passano di generazione in generazione.
Perché ci sono posti dove si va in vacanza. E poi ci sono posti dove si torna.

Pappasole Camping Village – Località Carbonifera, 14 – 57025 Piombino (Livorno)

