CAMPIGLIA MARITTIMA. Ci sono dolori che non svaniscono. Magari nel tempo si affievoliscono, ma ogni volta che si vede o si sente qualcosa che rimanda a quel dolore, i ricordi riemergono dall’oblio come se il tempo non fosse mai intercorso, sotto una nuova luce, in un’altra veste, modificata dalla situazione presente, ma tornano comunque a galla, riportandone anche la sofferenza. Ed è questo quello che è accaduto a Don Carlo Mammarella, quando i fatti di cronaca, in particolare il suicidio di un ragazzo di soli 15 anni a causa del bullismo, hanno riportato alla mente quello che accadde ad un suo coetaneo tanti anni fa.
La morte non può essere una scappatoia
Di tempo ne è passato ormai, ma la società da questo punto di vista, ancora non riesce ad evitare morti di tal genere. La morte non può e non deve essere una scappatoia, l’unica soluzione che un ragazzo riesce a vedere quando è ricoperto da ingiustizie, dispetti, svalutazioni continue da parte dei ragazzi della sua età, compagni di scuola o di sport.
Li chiamano bulli, ma sono ragazzi anche loro. Devastanti e devastati, con i loro modi arroganti, che sanno toccare alla perfezione le corde dolenti di chi è la loro vittima. Persecutori affiatati, sfogano la loro sofferenza sugli altri, provando godimento nel veder l’altro star male, poco spazio tuttavia viene dato a chi la sofferenza la infligge. Vittime e carnefici al tempo stesso, i bulli sono i primi a soffrire di instabilità emotiva, di un’identità debole e scissa che non riesce a trovare coesione e diventare sana e forte.
«Ho perso un compagno all’età di 15 anni, eravamo poco più che bambini – racconta don Carlo Mammarella – Mentre noi non potevamo capire, chi lo faceva rimaneva indifferente! La causa? Il bullismo. La colpa? Essere diversi in una società dove bisogna essere normali, omologati e uniformati».
«La società ci vuole seriali»
Seriali, dunque. È così che la società odierna, basata sul consumismo e la spettacolarizzazione delle proprie vite, vuole le persone. Senza un’identità vera, senza autenticità. A sostenerlo non è solo Don Carlo, ma anche i più importanti filosofi contemporanei a partire da Zygmund Bauman che su questo tema ha improntato la sua intera opera, dalla stesura della sua monografia La società liquida, Amore liquido fino alle collaborazioni con Donskis, in Male liquido, e con Raud, in La costruzione del Sè nella modernità liquida.
«È nuovamente cronaca di questi giorni, il suicidio di un bambino, un ragazzo di 15 anni, che perde la vita a causa del bullismo. Più volte mi sono ritrovato a raccontare la mia esperienza di vita, ad amministratori locali – racconta Don Carlo Mammarella, Conte della Daunia – Amministratori ipocriti, nel concreto indifferenti alla realtà dei fatti, ma molto attenti a strumentalizzare certi temi, per mera pubblicità e propaganda politica!»
«Ho raccontato loro le mie esperienze, a sostegno e per motivare, proposte contro il bullismo, la discriminazione e l’omofobia. Uccide la solitudine e l’indifferenza! Uccide l’ipocrisia e la strumentalizzazione, che spegne i riflettori, una volta avuto il plauso, lasciando ancora più soli, chi soffre davvero! Si muore in solitudine, mentre tra la folla, nei gruppi e nelle compagnie sopravvive e si accresce la rabbia, l’invidia, la frustrazione, l’indifferenza».
«Il più delle volte non muore la persona, muore la personalità, l’autostima, il diritto alla serenità e la felicità, lasciando sopravvivere individui infelici, insicuri e fragili, che a loro volta aggrediranno per rabbia ed invidia, altri individui. Si innesca un malato meccanismo di riscatto, dovuto ad esempi sbagliati, che spesso vengono applauditi e sostenuti!»
«L’importanza dell’essere accettati»

Non servono tante persone, ne basta una che funga da base sicura per non cadere nel buio della solitudine più completa. Un genitore, una tata, una insegnante, qualcuno con cui parlare e con cui ci si senta liberi di parlare, sapendo di essere creduti, accettati, amati indipendentemente da tutto, in modo disinteressato e incondizionato. Spesso, però, non c’è nessuno su cui poter contare, ed è quando questo avviene che si concretizzano le tragedie, nei casi più gravi addirittura il suicidio diventa l’unica strada percorribile. L’unica via di fuga quando la realtà non è più tollerabile.
«Noi non giocavamo a calcio – racconta Mammarella -, eravamo integrati per lo più nei gruppi femminili, mai volgari, solitamente gentili, educati e delicati nei modi, attenti alle piccole cose e sensibili all’ambiente circostante, che scrutavamo con i nostri grandi occhi e che affrontavamo con i nostri cuori puri. Questo atteggiamento diverso, era una condanna sociale all’interno dell’istituto scolastico! La scuola diventava un’arena, dove l’agnello era visto spesso sbranato dai “leoni”, davanti a spettatori!»
«Le corse e le fughe all’uscita di scuola, le risatine nei corridoi, le scritte sui muri, i bigliettini, gli spintoni, gli appellativi e i nomignoli e molto altro ancora. L’arena dava il suo spettacolo e aveva i suoi spettatori! Dirigenti, insegnanti, studenti e genitori, tutti vedevano e sapevano! Ma le tragedie si consumavano in solitudine, nelle camerette, nel proprio nido, dove erano nascosti i “simboli della vergogna”, quelli stigmatizzati da altri. Una bambola, un ricamo iniziato, un diario, un indumento indossato solo davanti ad uno specchio e solo quando si era sicuri non ci fosse nessuno a guardarci».
Proprio l’isolamento sociale è diventato, oggi, uno dei maggiori problemi del 21esimo secolo. A differenza della solitudine, che talvolta può anche essere scelta ed essere terapeutica, come spazio utilizzato per autoesplorarsi, riscoprirsi, rompere i propri confini, accogliere le proprie paure e superarle, l’isolamento sociale è imposto dagli altri, una specie di un nuovo ostracismo di ultima generazione. I giovani lo chiamano ghosting.
Il ruolo della scuola, non sempre efficace
Di fronte a questo, negli ultimi anni le scuole hanno cercato di affrontare la situazione con l’educazione preventiva, insegnando le tecniche per poter riconoscere i pericoli imminenti, soprattutto sui social. Perché il bullismo avviene anche su internet. Instagram e facebook divengono vetrine sociale dove le vite di ognuno di noi appaiono perfette, immacolate. Dove i filtri diventano un mezzo per poter rendere la propria immagine perfetta, non difettata. Perfetti, appunto.
Così dobbiamo apparire agli altri, ma questa non è la realtà, che è ben diversa, dove al posto dei valori, della gentilezza, della comprensione e dell’ascolto attentivo, prende campo la spettacolarizzazione di sé. La vera via di fuga, per tentare di riportare in auge ciò che davvero è importante, è la pedagogia. Bisogna insegnare fin da piccoli, anche ai bambini delle scuole materne, a ragionare, a confrontarsi, a prendere in considerazione anche il punto di vista dell’altro e trovare una soluzione ai problemi che riesca a soddisfare le esigenze di ognuno, adattandoci.
Il bullismo dei più deboli e il suicidio dei più fragili deve essere combattuto, con ogni mezzo possibile, dall’educazione famigliare ai percorsi scolastici che riescano a far comprendere davvero la gravità dei gesti e della non accettazione.
Un progetto ad ampio raggio
Su questo, lo scorso anno, qualcosa il Comune di Campiglia ha fatto, attraverso il percorso Peer Education, il progetto bullismo Giochiamo alla pari “peer” per sensibilizzare verso una cultura del rispetto.
La strada, però, è ancora lunga. Su questo tema, anche i docenti dell’Università di Pisa, della facoltà di Filosofia, Maria Antonella Galanti (scomparsa precocemente nel 2021), docente di Pedagogia generale e didattica speciale, e Alfonso Maria Iacono, docente di storia della filosofia, hanno intrapreso un percorso di Filosofia con i bambini, con i piccoli studenti dell’ultimo anno della scuola materna, per insegnare loro a sviluppare, attraverso il gioco, il pensiero critico già dall’età di soli cinque anni.
Il progetto si è distinto fin da subito per due aspetti chiave: il protagonismo dei bambini e i temi etici complessi affrontati.
I bambini non sono semplici ascoltatori, ma diventano i veri protagonisti delle conversazioni filosofiche, esplorando liberamente i propri dubbi e le proprie domande. Con loro vengono affrontati argomenti considerati solitamente troppo difficili per i più piccoli, come il bene, il male, l’utopia e il concetto di limite. Nel corso degli anni, il progetto ha proposto numerosi percorsi formativi per gli insegnanti, guidati dal filosofo Luca Mori.