CAMPIGLIA MARITTIMA. Si è spento domenica, a soli 48 anni, Daniele Biundo, ex giocatore e allenatore di powerchair hockey, conosciuto negli ultimi anni anche per la sua lunga battaglia contro la distrofia muscolare di Duchenne e per le denunce pubbliche sulle difficoltà quotidiane vissute dai malati gravissimi e dalle loro famiglie.
Milanese di origine, dal 2022 viveva a Campiglia Marittima, dove si era trasferito vicino alla sorella e alla famiglia, che negli ultimi anni lo hanno assistito giorno e notte.
La notizia della sua morte ha colpito profondamente il mondo dell’hockey paralimpico e quello dell’associazionismo legato alle malattie neuromuscolari.
Una vita segnata dalla malattia fin da bambino
La distrofia muscolare di Duchenne gli era stata diagnosticata quando aveva appena 18 mesi.
Con il passare degli anni la malattia aveva progressivamente ridotto la sua autonomia: prima le difficoltà a camminare, poi la sedia a rotelle già da ragazzino, infine il peggioramento drastico delle condizioni negli ultimi anni.
Da circa due anni Daniele viveva completamente immobilizzato a letto, collegato a un respiratore e costretto a comunicare attraverso un puntatore ottico collegato al computer.
Nonostante tutto, aveva continuato a lavorare come grafico e a raccontare pubblicamente la sua condizione con lucidità, ironia e una forza che aveva colpito migliaia di persone.
L’appello che commosse il Paese
Nel 2024 la sua storia era diventata nazionale dopo alcuni appelli pubblici nei quali denunciava le difficoltà economiche e burocratiche affrontate quotidianamente dai malati gravi.
Biundo aveva spiegato come i contributi ricevuti non fossero sufficienti a garantire un’assistenza adeguata.
«I contributi non pagano nemmeno la metà delle spese», aveva raccontato, spiegando di avere bisogno di assistenza continua 24 ore su 24.
Aveva lanciato una raccolta fondi per acquistare un nuovo puntatore ottico — strumento fondamentale per comunicare e lavorare — e per garantire assistenza notturna alla famiglia che si prendeva cura di lui.
L’obiettivo iniziale era di 30mila euro.
In pochi giorni, dopo che la sua storia era stata ripresa da giornali e televisioni, le donazioni superarono i 35mila euro, con centinaia di persone che decisero di aiutarlo.
«Chi non ha una famiglia come fa?»
Uno dei temi che più gli stavano a cuore era quello della solitudine delle famiglie.
Nei suoi interventi pubblici spiegava spesso che senza il sostegno della sorella, del cognato e delle nipoti sarebbe stato impossibile affrontare la quotidianità.
Aveva denunciato differenze nei contributi regionali tra diverse patologie neurodegenerative, sottolineando come nel suo caso il sostegno economico fosse insufficiente a coprire le reali necessità assistenziali.
Ma lo faceva senza rabbia.
Piuttosto con il desiderio di accendere un riflettore su chi vive condizioni simili lontano dall’attenzione pubblica.
L’hockey, la grande passione
Prima che la malattia lo costringesse a letto, Daniele Biundo era stato un volto molto conosciuto nel mondo del powerchair hockey.
Aveva giocato con le Pantere, con i Turtles Milano e soprattutto con il Dream Team Milano, diventando negli anni una figura importante anche come allenatore e punto di riferimento umano per tanti giovani atleti.
La Federazione Italiana Paralimpica Powerchair Sport e numerose società sportive hanno espresso cordoglio per la sua scomparsa, ricordandolo come una persona capace di trasmettere passione, forza e voglia di vivere.
Un segno lasciato anche in Toscana
Negli ultimi anni Daniele era diventato anche una presenza conosciuta nel territorio della Val di Cornia, dove si era trasferito nel tentativo di trovare una dimensione più vicina agli affetti familiari.
Da Campiglia Marittima aveva continuato a portare avanti le sue battaglie civili, trasformando la propria esperienza personale in una testimonianza pubblica sul diritto alla dignità, all’assistenza e alla possibilità di vivere, anche nella malattia, senza sentirsi un peso.
Il ricordo
In molti, nelle ore successive alla notizia della morte, hanno ricordato soprattutto il suo carattere.
La capacità di ironizzare sulla propria condizione.
La voglia di continuare a progettare.
Il desiderio di aiutare gli altri anche mentre chiedeva aiuto per sé stesso.
Perché Daniele Biundo, negli ultimi anni, era diventato molto più della sua malattia.
Era diventato il volto di una battaglia che riguarda migliaia di famiglie.
E che oggi perde una delle sue voci più forti.