GROSSETO. Tra i quindici furti e tentati furti commessi in tutta Italia c’era anche un colpo messo a segno a Grosseto nell’agosto del 2018. Ma per la Corte di Cassazione quei reati non fanno parte di un unico progetto criminale e, di conseguenza, non possono beneficiare della continuazione, l’istituto che consente una riduzione della pena quando più reati sono stati programmati fin dall’inizio.
È quanto stabilisce la sentenza della Prima sezione penale della Suprema Corte, che ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo nato nel 1987, confermando integralmente la decisione del Tribunale di Pavia.
Un lungo elenco di furti in diverse città italiane
L’uomo aveva chiesto che venisse riconosciuto il vincolo della continuazione tra quindici condanne definitive per furti e tentati furti.
Secondo quanto ricostruito dai giudici, gli episodi erano stati commessi nell’arco di quasi otto anni, tra il 2011 e il 2019, in città diverse: Voghera, Alessandria, Pavia, Tortona, Milano, Genova, Livorno e provincia, e Grosseto. Proprio in Maremma risale all’agosto 2018 uno dei reati inseriti nell’istanza.
La difesa: «Era la tossicodipendenza a spingerlo»
Nel ricorso la difesa sosteneva che tutti i reati fossero accomunati da un medesimo disegno criminoso e che la tossicodipendenza dell’uomo avesse rappresentato il motore delle condotte, costringendolo a commettere furti per procurarsi il denaro necessario all’acquisto della droga.
Per la Cassazione i reati sono troppo diversi
La Suprema Corte ha però condiviso le conclusioni del Tribunale di Pavia.
I giudici hanno evidenziato che i reati sono stati commessi in un arco temporale molto esteso, in luoghi differenti e con modalità non omogenee. Elementi che escludono l’esistenza di un progetto criminoso unitario concepito fin dall’inizio.
Secondo la Cassazione, la semplice circostanza che tutti i fatti siano furti non basta per riconoscere la continuazione, perché dimostra soltanto una tendenza a delinquere con finalità predatorie, ma non prova che tutti gli episodi fossero stati programmati in anticipo.
La tossicodipendenza non basta
I giudici hanno affrontato anche il tema della tossicodipendenza.
Pur ricordando che questa condizione deve essere valutata quando è adeguatamente documentata, la Corte osserva che nel caso specifico non erano state prodotte certificazioni sanitarie e che il giudice dell’esecuzione aveva già esaminato il tema senza ravvisare elementi sufficienti a dimostrare un collegamento tra tutti i reati.
Ricorso inammissibile e nuove spese
La Cassazione ha quindi dichiarato inammissibile il ricorso.
Il condannato dovrà sostenere anche le spese processuali e versare 3.000 euro alla Cassa delle ammende, oltre alle altre conseguenze previste dalla decisione della Suprema Corte.