Salute mentale, la nuova psichiatria di Piombino: «Le nuove emergenze coinvolgono i minori» | MaremmaOggi Skip to content

Salute mentale, la nuova psichiatria di Piombino: «Le nuove emergenze coinvolgono i minori»

Intervista al dottor Albanesi, direttore del reparto: dall’unificazione con Cecina alla gestione dei minori e delle nuove dipendenze. «Siamo aperti da pochi giorni e i posti sono già quasi esauriti: la richiesta era altissima»
L’ospedale Villamarina di Piombino, nel riquadro il dottor Giorgio Albanesi

PIOMBINO.  L’apertura del Servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) all’ospedale Villamarina di Piombino non è solo un traguardo sanitario, ma un tassello fondamentale per la sopravvivenza stessa del presidio ospedaliero. In un’ottica di riorganizzazione che dura da circa dieci anni, volta a diversificare l’offerta tra Cecina e Piombino, il nuovo reparto si pone come punto di riferimento non solo per la Val di Cornia, ma anche per l’Isola d’Elba.

Abbiamo incontrato il dottor Giorgio Albanesi, direttore della struttura, per capire come questa “lunga gestazione” stia finalmente dando i suoi frutti e per discutere non solo del nuovo reparto, ma delle sfide epocali che la psichiatria sta affrontando nel post-pandemia.

«Per Villamarina passo decisivo»

Giorgio Albanesi

Dottor Albanesi, l’Spdc di Piombino nasce dopo un percorso lungo e complesso. Che valore ha per l’ospedale Villamarina?

«È un passo decisivo. L’unificazione tra gli ospedali di Cecina e Piombino è stata pensata proprio per far sì che entrambi possano sopravvivere, specializzandosi. Localizzare l’SPDC qui a Villamarina è stata una scelta strategica: serviamo anche l’Isola d’Elba, integrando zone che afferiscono a Società della Salute diverse. Come confermato anche dai vertici dell’Azienda e dalla Regione, questo reparto garantisce continuità alla vita dell’ospedale, specialmente in un momento in cui altri reparti subiscono ridimensionamenti».

Dal punto di vista architettonico, questo reparto non sembra il classico ambiente ospedaliero “chiuso”. Come lo avete progettato?

Lo spazio esterno e la sala fumatori

«L’organizzazione dell’Spdc è particolare: è un reparto ospedaliero ma opera come servizio territoriale. I criteri di sicurezza sono rigorosi per prevenire fughe o atti autolesivi – penso alle docce o alle chiusure delle porte – ma abbiamo dovuto conciliarli con l’umanità delle cure. I nostri pazienti non restano allettati come le classiche persone ricoverate per un problema fisico ma “girellano”, hanno bisogno di muoversi, sono spesso irrequieti. Per questo abbiamo realizzato una zona fumo e un giardino esterno su una terrazza localizzata al primo piano. È stata una sfida ingegneristica: abbiamo rinforzato il tetto e installato pannelli di sicurezza alti ma che permettessero la libertà di movimento e uno spazio di svago».

È insolito trovare un Spdc direttamente dentro l’ospedale. Funziona?

«Per noi è molto funzionale. Anche se non è in pieno centro città, è ben collegato e riceve le proiezioni dei pazienti di Venturina e San Vincenzo, che fanno da raccordo per i paesi dell’interno. Questo crea una rete di monitoraggio costante».

Parliamo di ricoveri. Come si distingue oggi il trattamento tra volontario e Tso?

«La Legge 180 è chiara: l’Spdc serve per le crisi acute e i ricoveri devono essere brevi per non ricreare la logica del manicomio. Se un paziente accetta le cure, il ricovero è volontario. Se il rifiuto avviene in un momento di delirio o grave rischio, scatta il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio). È un iter rigoroso che coinvolge due medici, il sindaco e la convalida del giudice entro 48 ore. Ma la vera emergenza oggi è un’altra».

«La vera emergenza è che vediamo molti minori»

A cosa si riferisce?

«All’abbassamento dell’età media. Vediamo sempre più minorenni, tra i 15 e i 17 anni. Questo ha cambiato la nostra logistica: abbiamo previsto una stanza singola con poltrona-letto per permettere al genitore o al caregiver di restare accanto al ragazzo. È un tema complesso: la pediatria non è attrezzata per le crisi psichiatriche, e le strutture specializzate come la Stella Maris o il Meyer hanno liste d’attesa e sono geograficamente lontani. Spesso l’SPDC diventa l’unica risposta immediata, insieme alla “stanza 12 ore” per le osservazioni brevi, rivelatasi molto utile, dal momento che il paziente non deve rimanere per la notte o i giorni a seguire. Viene garantita la visita psichiatrica, vengono forniti i farmaci e il pasto, come un normale giorno di degenza, poi viene dimesso».

A distanza di anni, quali sono i danni comportati dal covid in coloro che erano adolescenti all’epoca?

«Il Covid ha infierito pesantemente, soprattutto sui ragazzi. Abbiamo assistito a un’esplosione dell’isolamento sociale e di disturbi della personalità (narcisistici e borderline), dell’umore e del comportamento. Il clima di sospettosità vissuto durante la pandemia – tra mascherine e vaccini diventati motivo di discriminazione – ha lasciato cicatrici che sconteremo per anni. Ma il vero acceleratore del disagio oggi è il mondo digitale».

Se il confidente diventa ChatGPT

Lei ha parlato spesso del rapporto tra giovani e tecnologia. Avete anche condotto un sondaggio a riguardo, giusto?

«Sì, lo scorso ottobre abbiamo intervistato gli studenti delle medie e delle superiori a Piombino e Grosseto sull’uso dell’Intelligenza artificiale. I risultati sono inquietanti: i ragazzi non si appellano a ChatGPT solo per fare i compiti, ma la utilizzano anche per confidarsi e questo è molto pericoloso. Invece di dire a un genitore, a un amico o a uno psicologo che sono tristi, lo dicono a Google. Abbiamo intitolato una conferenza “Intelligenza Artificiale ed Empatia” proprio per denunciare questa “empatia artificiale” che sostituisce i rapporti umani. È un fenomeno gravissimo che oggi, dopo l’esplosione dell’IA lo scorso inverno, ha cifre sicuramente ancora più alte».

C’è una consapevolezza politica su questo fronte?

«Siamo molto lenti, ma qualcosa si muove. In Australia hanno bloccato i telefoni a scuola e in Italia da settembre è scattato il divieto. Ci sono voluti anni per capire che la dipendenza da smartphone crea danni irrimediabili, specialmente nei bambini di 2 o 3 anni. Voglio ricordare la sentenza americana di marzo: Google e Meta sono state accusate non tanto per i contenuti, ma per aver creato meccanismi progettati appositamente per generare dipendenza nei minori. Una ragazza ha fatto causa dieci anni fa per una dipendenza iniziata quando era solo una bambina. Dobbiamo educare i giovani: l’IA non è una persona, le sue risposte non vanno prese per buone. Vanno rielaborate, è importante che ci sia almeno questa consapevolezza, oltre al “fare” cioè agire, in un’altra direzione, con piccoli azioni volte a cambiare le dinamiche».

Oltre ai giovani, quali sono le altre nuove tipologie di utenza?

«C’è un incremento notevole di soggetti autori di reato che, in attesa di una struttura residenziale, restano in carico a noi, richiedendo sorveglianza maggiore. Poi ci sono i “nuovi abusatori“: la droga è cambiata, oggi domina la cocaina che acutizza i disturbi psichiatrici già a 15 anni. Infine, affrontiamo il disagio sociale: persone senza fissa dimora italiani o migranti che siano che ci vengono portati dalle forze dell’ordine. Per loro il problema non è solo la cura, ma dove andare una volta dimessi».

Il reparto è aperto da pochissimi giorni. Qual è il primo bilancio?

«Dei 9 posti letto disponibili, 8 sono stati occupati costantemente. Questo conferma quanto il servizio fosse necessario. Il segreto per far funzionare tutto è il contatto costante con i servizi territoriali e gli assistenti sociali: la condivisione del progetto terapeutico deve iniziare nel momento stesso in cui il paziente varca la soglia del reparto».

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